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giovedì 29 dicembre 2011

Thomas Mann: In memoria di Lessing

C'è chi pone domande sul perché si scrive. Chi cerca definizioni ad attività dell'anima come poeta, scrittore, artista. Chi ritiene di dover prendere le distanze dal pensiero e dai sentimenti, che sono sempre l'unico interesse dell'essere vivo. La politica è un problema da sempre, da quando si era al mondo come servi e schiavi  e anche adesso che si è democraticamente liberi. I sindacati non vanno attaccati quando ci alziamo la mattina con qualche rigurgito di risentimento. I sindacati sono momento sublime della storia dell'umanità prima che intervenisse la volontà di rendere interessante il Grande fratello. 
Anche la Germania ha avuto momenti di "bassa considerazione". 
Gli illuministi ritornano dopo essere stati rivoluzionari e fanatici della propaganda a favore della tortura. La patria si fonda sempre sul pensiero di pochi: Herder come Sgarbi, Grillo o Santoro. 
C'è chi spera. Chi prega che non paghi troppe tasse con questo governo provvisorio. C'è perfino chi vuole migrare in Australia o alle Galapagos convinto di mutare e specializzare arti atti al volo.
C'è chi va a letto presto perché domani la sua fabbrica è ancora aperta: "Menomale, coi tempi che corrono!"
Eppure i tempi hanno sempre messo in crisi le coscienze, anche di quegli animi più ispirati: "Illuminati!"
Si ritorna a Dio prima che ci ritorni qualcun altro: magari un "avversario, ma non nemico." La riscoperta di Dio è sempre una novità nella società di tutti i tempi: da San Francesco a Giorgio Bocca, da Saul a Costantino.


Che cos'è dunque, infine, se non è un poeta, o se è più che un poeta? E' ciò che il mondo civile moderno chiama, senza mitologia e sentimentalismo, uno scrittore. Per la prima volta in Germania egli incarna il tipo europeo del grande scrittore, il quale, maestro della parola libera e brillante, reale e surreale, personalità circonfusa d'arte e d'intelligenza, si fa educatore e formatore della propria nazione. E' un artista, sì. Ma nessuna distinzione tra artista e non artista - una distinzione che egli mantiene, tra le categorie del suo tempo, sino al limite della doppiezza e dell'ambiguità - ha mai impedito che l'uomo, in lui, s'impegnasse in azioni umanitarie. Egli ha amato la luce: perciò lo si chiama a ragione illuminista. Egli ha pungolato la stupidità, ha perseguitato la menzogna, ha flagellato il servilismo e la pigrizia spirituale, e ha difeso, con la più austera reverenza, la libertà del pensiero. Ha personalmente ammirato la "gloriosa schiavitù di Federico II, ma ha rifiutato il suo Stato autoritario e ha parlato di "libertà tedesca" in tempi in cui "dappertutto se ne aveva una considerazione molto bassa". Egli ha creduto all'umanità e alla sua futura età virile; lo si chiami pure "volgare ottimismo", se si vuole e si può. Niente, oggigiorno, è più stanco e senile di questa definizione della filosofia romantica, di cui si macchiò il pur rivoluzionario Wagner. Oggi non esiste che un volgare pessimismo, almeno in politica, il quale è il fattore determinante della nostra epoca.

E' bello leggere quante corone la Germania della fine del Settecento accumulò sulla sua bara, la bara di un uomo che non era stato nient'altro che un libero scrittore: ricordare le pubbliche adunanze che s'impegnarono solennemente, in quell'occasione, a conservare la sua eredità spirituale. Una tale adunanza costituisce oggi la più nobile Germania, quella spiritualmente alacre e volenterosa. Di essa fa parte chiunque auspica che un giorno si possano pronunciare sulla sua tomba le parole che Herder rivolse all'immaturamente scomparso: sempre, anche nell'errore, egli aveva cercato di divenire un uomo integro, completo, uno spirito capace di progredire e migliorare.


martedì 27 dicembre 2011

Ritorno alla normalità

E' scorretto aspettare dall'alto che qualcuno ci venga a consolare dal basso offrendoci la sua amicizia. E' facile illudersi di essere giusti quando con le orecchie tappate e gli occhi bendati si sta sopra i monti lontani da un'umanità che si muove nella sua sopportazione perfetta. 
La poesia è morta da quando i commentatori sportivi hanno fatto breccia nel cuore di chi ascoltava canzoni alla radio. Adesso le canzoni si scaricano dai siti che conosce anche Maroni, nella sua veste pubblica di musicista e cantante. La politica è in mano agli amici: c'è da fare un sacco di cose adesso che sul palco c'è posto.
L'invidia resta inganno e malvagità! 
Una volta un uomo che si credeva giusto scoppiò a piangere di fronte alla mamma che non riusciva a darsi pace per aver fatto crescere nella sua casa un essere tanto malvagio: "Che cosa t'ho fatto? Dimmi! Che cosa t'ho fatto di tanto grave?"
"Non mi hai fatto niente, neanche quando ho avuto bisogno!"
C'è chi è stata costretta a fare la serva per avere l'occasione di far sentire la sua voce pulendo la chitarra di un mendicante. 
Nei matrimoni una volta si cantava insieme, stando seduti,  e le chitarre erano a portata di mano: nessuno era costretto a fare i mestieri per mostrarsi nel suo doloroso bisogno represso. Si cantava sull'aia, perché era un piacere collettivo. La politica non era praticata neanche da chi era stato eletto in Comune o in Provincia.
La vita era movimento. Le teorizzazioni vennero dopo con gli Scolastici. Le genti seppellivano i morti nel loro giardino perché non si perdesse la traccia dell'identità. 
Adesso le identità sono false e anonime, quando devono compiere il delittuoso assassinio degli amici. 
L'amicizia non si conta da quante volte si è assistito all'agonia di chi ha creduto di mostrare una qualità. L'amicizia è fiducia e distanza. L'amico sorride quando tutto va bene all'amico. Non cerca il compenso per sé, che immagina sia stato sudato. Il sudore è il compenso, niente di più di questo dà felicità! La felicità è piacere di non essere! 
Sulle sedie le serve cantano la rabbia di non essere ascoltate. Le prostitute hanno cantato quando erano serve. Adesso hanno abdicato a favore delle puttane che non sono ancora sulla strada. Le prostitute sono contente quando una macchina coi fari accesi si avvicina: accade tutto di nascosto, in cui si rischia di persona.
Anche domani sarà mattino, con le abitudini che riprendono alla luce del giorno. Nel petto restano le paure e il  rimpianto di non essere state amiche delle cameriere quando quelle le hanno trattate da amiche, e avvisate.
La verità è dolorosa.
L'invidia resta inganno e malvagità!


domenica 25 dicembre 2011

Notte di Natale a Milano

Una volta la notte aveva un fascino particolare per me che non riuscivo a dormire. Adesso riesco ad addormentarmi e non mi pongo il problema del fascino.
C'è una strana aria di leggerezza questa notte a Milano. E' stato un Natale difficile per i commercianti, così mi è stato riferito. Non so se piangere o rimanere indifferente. L'indifferenza si addice alle cose. Un cuore s'affanna se viene sollecitato da immagini che non sono gradite ai sensi. Sono di altra natura le sollecitazioni della bellezza: sublimano l'esistenza, non si fermano a contemplare i particolari.
Berlusconi come avrà festeggiato il Natale? Con chi? Sarà rimasto da solo in preghiera a contemplare il volto di Cristo? Avrà pianto per i mali dell'umanità? Avrà provato il dolore nella carne per i senza tetto? Per i lebbrosi dell'India? Per chi ha perso il lavoro? Avrà avuto una piccola gioia nell'apprendere che Ruby aspetta un figlio, leggendo la notizia dai giornali dei giorni scorsi? Avrà regalato un piccolo orologio a un amico che l'ha invitato a casa sua? Avrà guardato indietro nella sua vita per correggere gli errori commessi, come tutti gli animi sottomessi a Dio?
E Monti come avrà vissuto il Natale? E' stato sotto lo stesso cielo di Milano. Avrà fatto penitenza anche lui?
Avrà mangiato il panettone con la famiglia? Avrà regalato qualche sorriso in più?
E tutti gli altri come avranno vissuto questa giornata?
Chi avrà fatto qualcosa per il suo vicino? Chi sarà stato più degno coi gesti e non con le parole dell'atmosfera di letizia e di speranza della festa? In che cosa si è più uomini di altri di cui spesso si ride, forse si sorride? Il sorriso è il vero pregio di un uomo?
Le risposte sono degne di animi imbarbariti dai loro pregiudizi.
Lo spirito tace, avendo in mente le immagini del dolore e della gioia, sapendo riconoscere i propri limiti e le mancanze. Ogni altro gesto è ostentazione.
C'è un'attività dell'uomo che è interiore: si chiama cuore, sensibilità, umanità, amore.
La vita è sempre un equilibrio tra cuore e anima. L'anima è la mente presso la Grecia antica.
Il fallimento di Atene e quello annunciato di Roma sono rovina dell'anima del mondo. Berlino e Parigi non sono il cuore dell'umanità: sono il suo imbarbarimento.
Non è ricco chi custodisce beni, lo sa bene Creso di Sardi, ma chi ha reso ricco il suo popolo anche dopo la sua morte.
Non sono tempi di verità, ma di schermaglie televisive. Ho visto ieri sera un comico in televisione, che faceva vomitare, ma chissà quanti animi gentili avranno riso nel guardarlo. E oggi sono andati in chiesa per disintossicarsi. Tutti coloro che hanno riso per le vicende burrascose di Berlusconi anelano a grandi ricchezze: questa condizione è scandalosa.
C'è chi ritiene che desiderare di essere più ricchi sia un pensiero illuminista, di progresso e di civiltà! Si può accettare quest'ipocrisia solo se la ricchezza è desiderata per tutti e si agisca strenuamente per realizzare questa idea di progresso! Se la ricchezza, invece, è chiesta solo per sé l'idea che l'origina è la vigliaccheria! Ma non può contemplare la vigliaccheria chi la pratica, volere la giustizia chi esclude il resto dell'umanità.
Ci sono nuvole nere e bianche, questa notte a Milano. Rimandano all'immagine dell'armonia, dove tutto è rimesso in discussione secondo linee di verifica leggere e soggettive. Dove giusti e e ingiusti si fondono e si scambiano gli auguri. C'è chi regala orologi e chi li tiene per sé, perché li colleziona, li possiede. C'è chi ride e chi soffre, in preghiera. C'è anche chi soffre ridendo. C'è chi deve andare a San Remo e chi dice che non ci andrà. C'è chi vuole andare a fare il bagno a San Remo,chi vuole annegare. Chi è già annegato, chi non annegherà mai!
Non ha nessun fascino la notte, anche se le colpe restano in chi vede negli altri le colpe del suo fallimento. Il fallimento ti appartiene come condizione di un animo che guarda sempre fuori da sé, alla ricerca di un bene che non ti appartiene, di un'idea di creazione che non ti appartiene, di un'idea di mondo che è inganno e interesse.
Sotto queste nuvole è notte per tutti. Il resto è immaginazione o, forse, speranza che arrivi la luce di un altro mattino. 

giovedì 22 dicembre 2011

Meditazioni di Natale, in tempi di crisi e di governi provvisori


A Natale c’è sempre un invito per mondi lontani. Un viaggio in Oriente.
“I Magi arrivano a gennaio!” si inquieta il parroco dall’alto dei cieli.
“Non mi riferivo a un viaggio reale,” apre a stento la bocca, la vecchietta affannata, che pensa stremata ai regali da fare, di marca: “Gogo! C’è! Me lo ha chiesto mio nipote!”
“Non dubito,” soffia tra le nubi il vento che è stato sulla terra un tempo. “Non cambiare discorso! A quale viaggio ti riferivi se non a qualcosa di reale?”
“Se non la smette di perseguitarmi il viaggio lontano lo farò ancora prima di aprire gli occhi all’alba di quel giorno!”
Il vento gela, senza che si scorga traccia della neve.
“Natale è un giorno come un altro!” dice un ragazzo all’altro mentre si tirano addosso il libri di scuola, passando nella strada stretta.
La vecchia si fa il segno della croce, sussurrando, raccomandandosi l’anima al Signore: “Abbi pietà della mia anima. Non sono stato sempre un lume di virtù, posso dirlo apertamente con Te che vieni a far visita al mio cuore. Però Ti ho desiderato più di ogni altra cosa mi sia stata data in dono. Tu eri il mio dono iniziale e finale. Il mio petto ha ansimato per Te, il mio cuore ha pulsato per Te. Tu sei testimone dei miei affanni. I sentimenti sono come fili di lana, scaldano il cuore quando sono saldi e tessuti a creare una coltre. L’amore della terra si dissolve senza l’Amore del cielo.  L’Amore è la negazione del piacere: è celebrazione  dell’eternità. Nel Tuo Amore  si conclude il viaggio! Tu sei porto sicuro per un cuore affannato!” si ferma, dubita. “Forse sono descrizioni un po’ antiche, le parole già usate. E’ solo una parvenza. In realtà sono parole vere, com’è vero il bisogno di Te! Non voglio ricordarti l’assunto di Schopenauer, perché Tu sai tutto, riguardo ai suggerimenti e didascalie sulla conoscenza e sul resto: sull’essere. Il tempo è sempre presente, sia per un’esistenza limitata che per l’ipotesi dell’eternità! Ovviamente sono dimensioni di una stessa condizione di dipendenza! Sulla terra, sai, più che il tempo contano i tempi! L’Essere è in relazione ai tempi più che al tempo. Il Tempo, come sai, è una forma pura del pensiero. Non voglio assillarti, Signore, con queste meditazioni che Tu mi hai insegnato, perché Tu le hai create. Spero di non essermi inventato niente! Perché io credo in Te!” guarda con rabbia i due ragazzini che adesso si insultano e si lanciano contro parolacce. “Frena la mia ira, Signore. Riconosco in queste parole degne di Re David la mia stessa necessità! Scusami se miro a tanto, se mi sento mossa da sentimenti che non si addicono a una semplice personcina come me; che per soddisfare i desideri dei suoi tre nipotini è costretta a girare a piedi tutta Milano, per cercare il negozio giuto! Dio, mi manca l’aria!” si stringe le mani alla gola, guardando quei due ragazzini che sembrano usciti dalla scuola, forse non ci sono neanche andati: “tanto il risultato è lo stesso” pensa tra sé.  “Dammi la forza Signore, fammi crescere nella Tua grazia! Crescere è un modo di rappresentare la vita che si sviluppa. Sono vecchia ma non ancora morta!“ si ferma, con un gesto inquieto, trattiene qualcosa: la rabbia, per una suggestione tutta interiore. Sembra quasi che abbia voluto anticipare un presunto sussurro del parroco, che tace. “Sono stanca Signore, troppo affaticati ho i piedI” dubita, mugugna, trattiene il fiato con un gesto di grande decisione. “L’anno prossimo non posso giurare di essere in grado di fare lo stesso sforzo! L’ho fatto quest’anno, Tu lo sai, per una promessa! Poi, la crisi, i nipotini che piangono, i genitori senza possibilità! Ma l’anno prossimo spero che cambi tutto. Non so se riuscirei a resistere ancora a un’altra crisi, a un’altra manovra economica, ad altri sforzi. Pagano sempre gli stessi! Lo so che anche questa considerazione è conformistica, ma io non ce la faccio sul serio!” alleggerisce il respiro. Guarda nella stradina adesso che i ragazzi non ci sono più. Sospira, guarda sul cellulare per vedere se il suo amico l’ha chiamata. “Non lo ha fatto! Lo farà l’anno prossimo, come ci siamo promessi.”
Dalla finestra giunge il canto antico: “Tu scendi dalla stelle o Re del cielo!”

mercoledì 21 dicembre 2011

Natale: sopra la terra dei padri le cose restano immutate nel tempo, nonostante continuino i cambiamenti inaccettabili, se solo si potesse compiere una scelta.


Guardando la finestra da una casetta di montagna si vede subito che non siamo atti a prendere il treno al volo.
Si potrebbe ammirare la bellezza dei prati abbagliati dalla luce riflessa delle cime dei monti abbagliati dalla luce riflessa delle nubi rischiarate dall’azzurro di Dio!
Tutte le cose a Natale sono di Dio. Anche a Pasqua ogni cosa è di Dio. Ma a Pasqua la montagna non è la stessa d’inverno. Tutti i giorni le cose sono di Dio. Ma le cose non sono le stesse ogni giorno.
“Io non credo a tutta questa favola!” dice con saccenteria chi ha frequentato la scuola senza profitto. “Come si può credere a tutta questa montatura pubblicitaria?”
“Tu non devi credere” replica irritato la voce del parroco dall’alto dei cieli. “Tu devi crescere e pentirti, allora, non ora. Ora devi credere che tu sia più importante di tutte le cose. La scuola crea saccenti, il mondo di Dio darà motivo a tutti per essere amati. Non ora. Non risparmierà amore e umiliazioni.  Impara a leggere e a scrivere, prima, poi potremo sentirci.”
Il ragazzo non risponde, non trova le parole. Ma sa di avere ragione.
I vecchi sanno di avere speranze, facendo lo sforzo di dimenticare le delusioni. Sono impensieriti per il dolore che potrebbe venire ai figli dei figli. “Loro non lo sanno! Lo so io, però!” sbuffa la vecchietta stanca, che ha percorso a piedi tutta Milano per risparmiare qualche euro pur di accontentare tutti e tre i suoi nipotini. Ha temuto finanche di poter morire. “Ma almeno sarei morta contenta!” pensa e gioisce tra sé, sibilando, spalancando la bocca e le mani, che stringono il freddo serale.
C’è sempre quel vecchio compagno di strada che ha borbottato e si è disperato con lei poco prima. Ha il suo numero di cellullare, sono rimasti amici. Non spera certo nell’amore, anche perché il suo amore di una vita intera l’ha lasciata da poco da sola in questo mondo di pazzi. Gli ha dato anche il suo cellulare quel compagno di strada incontrato per casa stasera. Si sentiranno a Natale dell’anno prossimo. E’ una promessa che si sono fatti, dopo che si sono incontrati e perduti.
Nella stradina stretta il canto di Sant’Alfonso continua, adesso che l’ha ripercorsa nel senso contrario: “O bambino mio divino!”.
“Aspetto la tua venuta, Signore. Sono felice che tu sia un bambino!” si fa il segno della croce, l’anziana. 

martedì 20 dicembre 2011

Natale


I miti sono per bambini. La scuola alleva saccenti e maleducati.
Se entrate in ambiti non consueti e provate a salutare qualcuno rischiate l’insulto e l’aggressione.
L’insulto e già nell’incontro con certe figure che fanno a gara con il tempo e con il traffico riguardo a certe follie. L’aggressione scatta con il minimo contatto, dove si scambia la gentilezza per minaccia al proprio egoismo.
A Natale mi ricordo del prete del mio paese, quello di una volta, che andava in giro rigorosamente in abito talare e salterio tra le mani. Ha perso la memoria in vecchiaia. Ma in gioventù predicava in modo infuocato contro la leggerezza dei costumi che già davano meravigliosi segnali su quelli che sarebbero diventati. Adesso è un piacere ritrovarsi in pieno neozoico. Dove l’incontro è tra lemuri, fiere e scimmioni. Dove australopitechi e neanderthaliani sono miraggio dell’evoluzione.
Natale non è ostentazione di fede né tantomeno obbligo verso la chiesa o verso Cristo, che nasce per morire, messo in croce nei  luoghi più impensati. Golgota è la famiglia, il parco dei bambini, l’altalena, il tubo, i gonfiabili. Occhi e menti squilibrate seguono i passi dei loro figli e figlie e sperano che vincano su quei visi piccoli e incoscienti che si arrampicano e avanzano senza fare caso  a quegli altri che li aspettano impazienti di sferrare qualche pugno, tirare qualche calcio per il piacere dei nervi di chi li ha messi al mondo.  
Fanno razzie di cotechini e di lenticchie perché vogliono far soldi nell’anno nuovo, piccoli e grandi.
“Provvederai alla tua sussistenza per mezzo del sudore della fronte!” fa eco nel cielo carico di nubi gelide la voce del parroco che siede adesso alla corte del Padre, quando ha raggiunto le sfere celesti.
Sulle grazie sgraziate delle loro intimità mettono tessuti rossi, convinti che possa venirne un guadagno per tutti loro.
“Copritevi di stracci e donate le vostre ricchezze ai bisognosi!” soffia il suo infervorato suggerimento il parroco dall’alto dei cieli.
Nessuno l’ascolta, perché cantano in chiesa inni senza un dubbio, martirizzando l’orecchio di chi gli è seduto davanti tra i banchi.
Alcuni sembra che ringhino il loro credo più che cercare perdono e pentimenti.
Che cattiveria!
“Chi crede in me avrà in dono la vita eterna!”
I figli dei figli chiedono ai nonni regali costosi. Per certi è poca cosa, per altri, per molti, anche un euro è una richiesta eccessiva.
Ho visto una vecchietta che chiedeva l’elemosina per comprare un cagnolino di pelouche, però di marca, per il suo nipotino: “Gogo” è la marca. Me l’ha detto l’anziana: “Costa 100 Euro in Corso XXII Marzo.” E’ andata all’Upim di piazzale Loreto, l’ha pagato 60 euro. “E’ un bel risparmio per me!” mi ha detto con un respiro affaticato da fare spavento o da chiamare con ansia e apprensione il 118. “Ho tre nipotini” ha continuato, stremata, prendendo fiato, sibilando per la mancanza di respiro. “Adesso devo andare in via Fratelli Bronzetti, in un negozio a buon mercato, devo prendere Cicciobello e quella bambola,” si è fermata, avendo dimenticato il nome. “Quella… la donna di Big Jim”.
“Barbie!” ha scosso la testa un altro nonno, disperato nello sguardo.
“Sì, è lei” si è ripresa l’anziana, incoraggiata dallo sconforto di quell’altro vecchio.
Li ho visti allontanarsi parlottando, a distanza, che si è sempre più ridimensionata, fino a diventare contatto: gomito a gomito, disperazione con disperazione.
“Non mi piacciono le favole!” ha biascicato qualcuno per strada.
“Cambia genere di lettura!” gli ha suggerito chi lo accompagnava, chissà dove. Dal neurologo, probabilmente.
Le mutazioni repentine sono difficili da arginare: metà della popolazione ci rimette le penne e la vita. 
Ho visto anche chi ci ha rimesso quaderni e centesimi.
“Ma era una metafora la mia!”
“Anche i quaderni e i centesimi sono metafora! Siete poveri di immaginazione!”
In una stradina stretta, attraverso i vetri di una finestra chiusa da una tenda, un suono incerto di una radio, non certamente di un grammofono, emanava un’atmosfera natalizia: “Oh Bambino mio divino…”
Pensavo non si ricordasse più nessuno di questo vecchio canto di Sant'Alfonso, completamente soppiantato da “Jingle bells”.
E’ stata una triste emozione pensare a chi era all'ascolto di quella vecchia radio. 
Dalle nuvole non è arrivato nessuno strale e neanche un suggerimento. 
"Metto la mia anima in ascolto, Signore".
Brilla una stella. Non sospirano i cuori. C'è chi fatica a respirare.



venerdì 16 dicembre 2011

Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto Sibilla!

Il volto di certe donne esprime incredulità e leggerezza. Altre, durezza e puntiglio. Certe sono miti, altre distratte. Alcune non hanno pudore, che non è sfacciataggine o libertà di espressione, ma è proprio mancanza di cura e rispetto di sé.
Non sono giudizi veri e propri le impressioni, ma  solo curiosità per una suggestione o per un'immagine che appare senza che si sia cercata. Arriva come il vento serale, come le nubi, come i raggi dell'aurora.
Tutti gli uomini sono bestiali, pesanti e imbarbariti, negli ultimi tempi, da programmi televisivi che li mettono in mostra come si mettevano in mostra le donne una volta. Adesso tocca agli uomini, posare su un divanetto di uno studio televisivo con una canottiera a rete, trasparente.
Niente di tutto questo merita un giudizio e neanche un fastidio.
L'idea è di non dover far parte di un circo che impressiona. L'impressione appartiene sempre alla sensazione.
Che rabbia sentirsi stretto nella rete! E che disgusto per chi guarda  dalla sala di regia! Certamente riderebbe, se avesse il senso degli altri! Probabilmente, invece, gode perché ha l'illusione del comando e di sé! E che pena per chi assiste dalla sala di casa, che aspetta il momento per vedere quell'uomo fasciato, dentro quelle trasparenze, che si atteggia! Magari avrà anche i piedi sporchi! I fianchi, più giù, quei muscoli sporchi che tanto fanno immaginare chi sogna grandi bellezze! Che non è forma e spirito, pensiero. No, è solo desiderio basso di chi gode di uno spettacolo che atterrisce.
Le donne si spogliano direttamente. Sono gli uomini che ansimano, in un'atmosfera ovattata e sensuale. Le donne si spogliano e si insultano, in televisione. Sempre in televisione accade tutto questo.
Le persone reali imitano soltanto quanto accade in televisione. Anche la realtà è diventata squallida come la televisione.
Certe realtà sono diverse, ci si illude da qualche parte. Magari dove si suona o si fanno saggi ginnici. Sembra la realtà rappresentata in una canzone di Franco Battiato. E' interessante quell'uomo: dipinge, fa musica, pratica discorsi di religione, di filosofia. Chissà quante altre cose potrebbe fare in televisione. Peccato che non la ami troppo. Va solo da Fazio, con quella sua ironia che lo fa tossire a scatti, come un balbettio labiale. Fa cinema, più di tutto, Battiato!
Ah, povera Sibilla, quella interprete straordinaria di San Remo, che si sgolava urlando "Uru belev sammea" quel refrain impronunciabile di un testo che era pura ispirazione del maestro Battiato! Oppio, era il titolo! Era originaria dello Zimbabwe Sibilla, si chiamava in realtà Sybil Mostert. L'uso dell'imperfetto non allude alla sua scomparsa, ma al tempo in cui il ricordo di lei conduce. Chissà che fine avrà fatto?
Quanti rimpianti custodisce chi ha anima delicata e pura per sapersi riconoscere errori e sbagli da espiare. Chi ha anima perversa e nera, o ancora meglio chi l'anima non ce l'ha, e neanche se ne rammarica, custodisce solo la forma dell'inquietudine. Anche se sorride, per posare in una foto che svelerà l'intimità maligna del suo volto.
Ci sono errori che non si pagano con la morte. Altri che non si espiano nel corso della vita.
L'omicidio non è errore: è scelta di chi non è mai nato! Nascere e morire attengono alle facoltà dell'anima, che è immortale!
L'omicida non impugna la pistola, ma sputa fiele dalla bocca e sbuffa cerchi di fumo dagli occhi. Il corpo è madido di zolfo, che ha rotto i suoi legami consueti.
"Non sono ispirato da immagini Horror!"
Non stiamo facendo letteratura! Ma parlando della vita!
"E della morte! Resa spaventosa con suggestioni terrificanti!"
Le suggestioni sono in televisione.
"La televisione è la realtà che si conforma!"
Meglio tacere quando il paradosso si estremizza.
"Uru belev Sammea!"
Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto Sibilla!

martedì 13 dicembre 2011

Sdoppiamenti e tradimenti


E' domani l'ultimo giorno, se non cambia niente resta tutto come prima.
Non è rovinosa la noia. E' il pianto che rende tragica anche la felicità.
"Piango di gioia! Che c'entra la tragedia?" sorride la ragazza, che finge di essere stupida.
L'uomo annuisce, credendo di essere artefice di qualche cambiamento.
Chi guarda da lontano non ha sesso e neanche desiderio. E' il desiderio che rende difficili le relazioni.
"Ti chiedo scusa se ho pensato di arrivare fino a te!"
La donna tace, fingendo di essere offesa. Non le interessa l'amore e tutte quelle altre promesse che sono paradosso e vertigine depressiva.
"Domani chiamo mio padre e gli dico di portarmi al mare. Son troppo calde le città in questo inverno anomalo!"
Anomala è la sua infelicità, pensa l'uomo che medita di restare seriamente da solo.
"La solitudine è una condizione che fa bene ai sensi!" fa eco un rigurgito di pensiero: un tentativo di offesa.
"Non ti do più la mano!" pensa tra sé, la ragazza. "Non chiedermela più!" guarda l'uomo, di fronte, perché se si gira lo fulmina con il suo sorriso pensato per un animo sciocco. "Fa bene all'umore recitare la parte di chi non capisce. Come sono patetici coloro che credono di essere infallibili! E' divertente sapere che piangeranno alla fine della commedia!"
"Per questo prediligo le cose tragiche," dice tra sé, l'uomo. "Le cose stupide non mi fanno ridere. Mi fanno dubitare sulla mia libertà!"
Sospira chi non ha certezze. Chi ha dubbi trattiene il fiato. Sputano i bambini quando sono presi per le spalle.
"Non sopporto neanche quella tua faccia!" pensano, in modo unanime, l'uomo e la ragazza e continuano con pensieri identici, con un eco stranamente ridondante nella testa. "Se rendessi libero il tuo respiro uccideresti l'invisibile. Potrei offenderti, ma mi risparmio il peccato!" dubitano, si guardano con perplessità. "Meglio smettere con questo stato d'animo! Non vale la pena perdere la serenità con chi è stato solo un errore!"
Si cambierà quando ci sarà l'occasione propizia.
Nell'attesa, resto con lo sguardo abbassato per non farmi tentare dalle cattive compagnie.
"Lalla lalla!" canta la ragazza, tra sé, per cercare in sé una pallida idea di libertà.
L'uomo ride quando avrebbe voglia di urlare.
Tutto sembra normale a chi guarda da lontano.
Non c'è niente di nuovo in quest'atmosfera natalizia. Si rinnova la speranza di un bene che è oltre la porta di casa.
Adesso uomo e donna ridono, pensando alle proprie possibilità.

sabato 10 dicembre 2011

Precipizi e confessioni

Quando l'economia fallisce, quando fallisce il sesso, il peccato, quando fallisce il rock, il cinema; quando falliscono i desideri, quando fallisce il sé, quando fallisce il noi, il voi; quando falliscono le società, la storia, in quel momento ci si rivolge all'anima del mondo.
Quando si smarriscono le virtù, l'umanità si corrompe, quando si rischia la chiusura e la follia; quando le proprie ragioni vengono prima di quelle degli altri, quando parlo e soddisfo il senso di me stesso, quando parlano gli altri e non li ascolto, quando mi pongo davanti a chi mi deve stare di fianco; quando fa freddo e non c'è nessuno per farsi compagnia, in quel momento ci si rivolge al cielo, affinche sia generoso e provvido di bellezza!
Quando ho fame e sete di giustizia, quando ho amore tanto da farmi crocifiggere; quando non ho piacere per il male che viene a ogni uomo, quando ho dispiacere per le sofferenze che affliggono le popolazioni più povere della terra; quando ho luce nel cuore mentre tutto intorno è tenebroso allora sono al servizio di Dio e del mondo!
Quando sacrifico me stesso per il bene di tutti allora ho educato anche la parte più infima dell'umanità!
Ma non mi innalzo, perchè innalzandomi precipito!

lunedì 5 dicembre 2011

Pensieri e forme

Si è d'accordo già prima di un'ipotesi di discussione.
"Abbiamo paura per l'Italia! Bisogna obbedire a Monti!"
"Ma non è Garibaldi e neanche Crocco!" c'è chi da Sud alza la voce.
"L'Italia è finita!" fa eco il parlamento del Nord.
Non c'è niente per cui ridere! E' seria la condizione di chi si trova ad essere italiano in questo momento!
Si aprono spazi di gradimento per mondi lontanissimi, Indonesia, Paraguay, L'Arcipelago Malese. Terre che mai prima d'ora si sarebbero neanche nominate se per un fortuito caso un dito fosse caduto su un parallelo di una mappa del mondo! Adesso si elogia l'uomo asiatico, e il suo equilibrio armonico tra mondo vecchio e nuovo. L'uomo latino ha perso il suo fascino! Neanche le donne lo guardano.
"George Clooney non mi piace!"
"A me non piace Giletti!"
"Ah, quello poi!" gridano in coro, tutte, con una rabbia che fa spavento.
"Ma che cosa vi ha fatto, povero Massimo Giletti?"
"Aaahhhh!" stillano come furie, digrignando i denti, la fronte corrucciata, gli sguardi insanguinati dall'odio, come se avessero subito una molestia insopportabile.
Di Berlusconi non si può pronunciare né il finale del nome e neanche l'inizio perché c'è chi ti azzanna per un suo intimo malessere, che trova sfogo finalmente, dopo anni di ipocrisie mai sopportate!
"Sì, volevo fare la soubrette, tutto qua!"
C'è chi sbotta, senza poter dire quanto pensa a proposito di quelle soubrette. Meglio tacere in questo momento di interesse per il fascino dell'uomo asiatico.
"Ma l'Asia è grande! A quale uomo asiatico ci si riferisce?"
Anche il mondo latino era piccolo in origine ma poi è diventato riferimento per tre quarti del mondo, dall'America all'Europa.
"Io davvero non so che fare!"
"Piangi! Lo fanno i ministri, con professionalità e decoro! Ma hai visto che classe?"
Che bella immagine, però: ha commosso tutti i commentatori dei telegiornali, trovando sensibilità e sincerità nel pianto di chi ha cancellato sensibilmente il concetto di pensione! Altro che regali di Natale!
"Ma non si può fare altrimenti!" urlano, senza se e senza ma, i simpatizzanti di Casini!
Le furie trattengono il respiro, perché vorrebbero urlare in faccia a tutti che non sopportano Giletti! Del resto, di casini, di Monti e della "ministr(ess)a" che piange non glie ne frega niente! Va bene? tanto loro non sono pensionate!
"Ma aumentano l'aliquota Irpef, aumentano l'Iva!"
"Aaaaaahhhhh! Giletti è insopportabile!" trovano il loro sfogo, che non è pianto e in fondo neanche sfogo: è solo rabbia per un modo di pensarsi latino! "Vada in Indonesia, vada... Vada in Tamilnadu, in Myanmar ad esercitare il suo fascino! Ci lasci in pace la domenica nel nostro raccoglimento tra le quattro mura spoglie di casa."
"Lasciamo che lavori," borbotta la coscienza, senza neanche sapere a chi si riferisce: Forse a Monti, ma il viso non è di Monti, forse ad Alfano!
"No!" risponde un corpo estraneo, di fronte, dimenandosi, scrollandosi la capigliatura unta e melmosa.
Forse a Di Pietro.
"No!" secco.
Pisapia?
"No," con rigurgito salivare.
"Alla Sattanino?"
"Uh, no!" chiudendo gli occhi, si è trasformata in maniera impressionante.
La Gabanelli?
"Beh, già si comincia a ragionare!"
Meglio la Gruber, probabilmente!
"No, no, meglio la Gabanelli!"
Aspettiamo, dice un'altra parte della coscienza.
"Sì," aspettiamo, sfiatano le furie.
Si tira avanti, senza porsi troppi interrogativi. Ci sono priorità metastoriche, metalinguistiche, metafasiche, metaforiche che proiettano concetti e stati d'animo non altrimenti verificabili, oltreché sopportabili.
"Mah, aspettiamo" l'idea è di un futuro migliore, che premi i sacrifici, la rabbia e i dolori di tutti. A cui tutti contribuiscono e hanno contribuito.
Si tace anche il cuore prima che l'anima.
Si resta in apnea. In attesa. Sperando che i volti non si confondano. E il fascino latino torni a brillare e offuschi quelle tendenze di qualsiasi altra provenienza, dall'orientale al settentrionale.
Il meridione regge ancora e sempre.
"Però che facce!" sussurra la coscienza del parlamento nordista.
"Uh, commentare su di voi è troppo facile," scuote la testa l'alleato fidato.
Bisogna tacere e sperare. Ovviamente i buoni consigli dei nonni fanno bene come una volta.
"Uh," i nonni sono assatanati di questi tempi, meglio non seguire il loro esempio.
"Ma così si impone il fascino orientale!" borbotta, inascoltato, chi non è convinto che ci sia ancora un margine di confronto.
Nessuno si sposta dalla sua speranza. Nessuno si commuove, si lascia anche quest'azione espressiva a Monti e al suo governo.
Noi restiamo in attesa.
Ci si firma coi pensieri che prendono forme criptate: (!).((::---££$$£££çç@@@@[][][]))

sabato 3 dicembre 2011

Wish you were here

Non si vincono premi in questo momento. Il parco giochi ha chiuso. Dovete uscire o pagare il conto.
Avete preso quando vi è stato dato senza discriminarvi, adesso si discrimina. Anzi, siete voi stessi che create le condizioni per farvi discriminare. 
Discriminare ha a che fare con il giudizio e con le differenze. Il giudizio è proprio l'esito della facoltà della ragione che discerne e separa, differisce, colloca nello spazio e nel tempo ombre e dolori. 
Cani e castagne sono l'anima del mondo. I cani sono sempre uguali a se stessi, le castagne sono divenire dal fiore e dalle stagioni, secondo le condizioni di caldo e di freddo.
Voi non fate né caldo e né freddo, non odorate di fiore  e neanche di rose. Non avete bellezza di sguardo di cani, né affetto e gentilezza di cuore di cane.
Siete nemici della ragione e le differenze le create normalmente nella vostra mente priva di immaginazione, dove tutto è separazione e distacco. 
L'amore è mistero che offusca la mente; e la carne si contorce dal dolore. Come vorrei che tu fossi qui: "Wish you were here". Mi sembra che suoni così, che canti così quel desiderio anglosassone di volere qualcuno con sè! 
E' un  desiderio che sale con la musica nel cuore e nell'anima, mentre intorno si fa sera, gelo e tempesta. "Wish you were here!" Piange la terra. "Wish you were here", non ce la faccio a stare senza di te. "Wish you were here" c'è una rabbia che mi tormenta e mi assale, mi uccide e mi lascia per terra. "Wish you were here" è la fine di un incubo, che non viene colta come liberazione ma come disperazione.
Non si può cambiare canzone quando il cuore è prigioniero dell'incubo. La Felicità neanche la sente come canzone chi ha voglia di morire per un amore che non c'è più. Bisogna lasciarsi trafiggere da Dalida, "C'est fini la comedie" o meglio ancora da un tempo lontano "Lontano lontano" del suo amore Luigi Tenco che non ha retto alla banalità del vivere così tanto per vivere.
How I wish, how I wish you were here./ We're just two lost souls swimming in a fish bowl,/ year after year, / running over the same old ground. What have we found? /  The same old fears, / wish you were here.//.
Non è l'inglese che rende meno grave il desiderio di colei che chiede, consapevole della sconfitta , della negazione e dell'abbandono. 
"Wish you were here" è la consolazione di chi è già sconfitto. "Wish you were here" e la desolazione di chi è già vinto dalla solitudine e dalla frustrazione del rimpianto, che si fa rabbia, pianto e maledizione.
Vedere il cantante vecchio e coi capelli bianchi è l'immagine della fine di un'epoca di speranze e desideri.
Sul palco adesso è salito chi vuol cantare, senza sapere che cantare vuol dire: Oh, quanto vorrei che tu fossi qui con me. Quanto ti vorrei, amore mio. Quanto mi manchi amore di sempre, che avrei voluto con me sempre, a cui avrei voluto stare vicino sempre, per lasciarmi accarezzare teneramente, lasciarmi cullare dal ritmo del suo respiro, per il piacere definitivo di dormirgli sul petto. 
Poi sospira, e accetta malinconicamente quella lontananza, come un'amarezza, come una sconfitta.
Galli e amarene appartengono all'estate. I galli sono sempre uguali a se stessi, ma una volta regnavano sulle aie estive, tra i covoni di grano pronti per la trebbiatura, con il loro canto sonoro tra l'oro delle spighe e l'azzurro di sfondo del cielo pieno di promesse e sogni da realizzare, rinviando a domani le partenze.
"Wish you were here" è il dolore per quelle estati che non verranno più. I galli sono stati ingabbiati dentro "batterie" di capannoni gelidi, senza sole, illuminati solo da una luce artificiale tecnologicamente testata.
How I wish, how I wish you were here./ We're just two lost souls swimming in a fish bowl,/ year after year, / running over the same old ground. What have we found? /  The same old fears, / wish you were here//.
Non piangere, amore mio. Se parto lo faccio solo per il mio bene, è questo che so fare adesso che non ho più piacere che tu ti addormenti sul mio petto. E i miei sospiri non reggono lo sforzo del tuo respiro che si fa caldo e pesante. I don't wish you were here. Con tutto il resto della strofa resa negativa, con tutte le regole assurde di una lingua assurda di un paese assurdo che galleggia in mezzo all'Oceano, di fronte alla Francia. Di cui ci sarebbe da dire tanto, anche di quest'altro paese, adesso che si avvicinano le elezioni. Ma lasciamo perdere: Je ne voudrai pas etre rien que ce-lui que je suis. Con tutte le mie sconfitte e le mie paure che un giorno un angelo verrà a togliermi e mi conforterà con la sua luce di un sole che tornerà a brillare. E troverò un petto su cui potermi addormentare, mani da stringere, labbra da baciare, occhi pieni di bellezza e di gioia da contemplare. 

venerdì 25 novembre 2011

Allegria

Resta una malinconia agghiacciante per quanto intimamente è corrotto, corroso col suo veleno senza antidoto di sorta.
Si è perso il piacere di sperare, il piacere di riconoscersi, di essere.
Essere non è infinito. Non è neanche particpio e gerundio, è evidente. E' oscenità soprattutto. Lo è diventato, da sempre.
Essere è un cumulo di rimpianti.
Una volta andò a teatro un signore che rimpianse di non aver continuato lungo un sentiero artistico, perché anche lui aveva il fuoco del palcoscenico.
La rabbia monta per un risentimento e una rivalsa che dovrebbero restare adorazione per un estraneo, gentile negli occhi, avviliti dalle negazioni di chi poteva e non ha fatto. Niente!
Tutti vogliono sposare ciò che è già affermato.
La paura è il vuoto, il presentimento di dover restare soli.
Non aggrappatevi a chi è già solo, sarebbe la rovina.
Soli si è poveri. Alcuni sono poveri anche quando sono circondati da coorti di soldati.
"Fai schifo! Sei brutto! Sei brutto e con la testa piena di novità che fanno venire la malaria!"
C'è un senso diffuso di contagio.
I pensieri sono malati come il corpo.
Biosogna purficarsi nel Purgatorio prima di presentarsi a Dio.
L'America è stata già scoperta. Anche il Jazz è un'arte antica degli umili. I salottini sono una riproduzione di ciò che non ha valore.
Sarebbe incoraggiante vedere l'ombra di  una speranza in chi ha mani belle e pulite, tanto da poter donare senza rischi di contagio.
Avidi, avari e malati cronici stiano lontano dalla mensa di chi si nutre di preghiera.
La luce bianca della luna illuminava le notti Attiche, adesso il fuoco dei trafficanti balugina nell'oscurità malata.
C'è da essere allegri quando ci sono tutti i motivi per essere tristi. Allegri non vuol dire ridere per un basso bisogno di attenzione.
Ridere è sempre una condizione di un animo che ha bisogno di conforto.
Se dovessi fare una riflessione di qualche importanza direi di avere dei ricordi di notevole suggestione.
E l'allegria passa attraverso la sofferenza.

mercoledì 23 novembre 2011

Chocabeck


Ad un tratto ti accorgi di essere niente. Ad un tratto ti accorgi di essere molto, di essere tanto. Poi di nuovo niente. Sprofondi, deliri, non parli, non senti. Ma ascolti. Non stai bene, è un dato di fatto. Ti trascuri quando dovresti curarti. Accusi il mondo che non merita il tuo sguardo e il tuo cuore. La malattia mentale porta al delirio e all'infarto.
"Ho saputo che Monti farà il governo di tecnici" recuperi un lume di memoria.
"E' già da tempo!" risponde chi non ti conosce. "E' già all'opera con tutti i suoi ministri!"
"Già!" Ti spaventi: "I professori!". Che paura! La borsa di Milano, quel ricordo di una speranza.
Fai un giro alle Poste, per trovare la gentilezza di qualcuno che ti cede il posto nella lunga fila. "No, non vado!" rinunci al piacere di uno sguardo gentile. Preferisci il Grande Fratello! Non sai perché sudi dalla fronte. No, sudi dalle mani. Sudi dalle spalle! "Basta che mi sento disidratare! Devo trovare una fonte di Potassio! K è il suo simbolo: Kalium. Non è "Po": Poste! Che dramma quando tutto si confonde, c'è persino la pubblicità che sembra interessante: si ascoltano canzoni alla Coop. Bisogna cambiare direzione. Nelle case è tutta solitudine, alla Coop no, alle Poste neanche! 
"Cerco qualcuno che mi voglia bene!" urli per la disperazione. Zuchero canta Vedo Nero. "E' carina!". "Sì, Chocabeck". E' vero rimanda all'infanzia e alla ingenuità: alla casa, alla nonna, Diamante, Zio Peppe, alla chiesa, alle campane delle quattro: "L'aunìa!". L'agonia. La campana delle sette: "L'Ave Maria!". Tutto rimanda a Cristo.
Si ha bisogno di Lui, quando tutto in giro gira. Bisogna abbracciare la croce. 
"Il Chocabeck!" colpo di campana. Il "Chocabeck!" colpo di tosse. Il "Chocabeck" la mia vita che passa. Il "Chocabeck" sa di cioccolato e di guantini di lana, colorati. "Il Chocabeck!" è la vita, quella che non c'è più! 
Non ho mai visto il Grande Fratello! Ti fa impensierire l'affermazione. "Non è possibile! Non ci credo!" Ti senti sprofondare, poi subito risalire. Non stai bene, devi curarti. Non è un bene trascurarsi.
"Il Chocabeck" è un sogno che non ha fine. Il "Chocabeck" è il bambino di sempre. Il "Chocabeck!" la melodia, il canto. "Il Chocabeck" è la fine dei sogni. "Il Chocabeck è la fine. Il Chocabeck è l'inizio. 
Colpo di grancassa: "Il Chocabeck!"

martedì 22 novembre 2011

I limiti della Fede

A parlare seriamente si finisce per dire banalità. Allora, si gioca, fingendo spontaneità. Altre volte si tace, fingendo profondità di sguardo, oppure per un dolore.
"Chi tace per dolore non finge nessuno sguardo, neanche superficiale!" è la voce della malvagità che guarda tutto con il desiderio ardente di vendicarsi.
La vendetta è la caratteristica di chi è vivo al giorno d'oggi. Vivo per modo di dire, perché è già morto un animo tanto ottenebrato da carenze affettive.
Ci sono animi gentili, sembrano così nel volto angelicato, nelle mani angelicate, nelle ali dipinte dietro la schiena. E' sempre una gentilezza. Ci sono altri che si disegnano cose oscene dietro la schiena, frasi oscene dietro la schiena, sguardo spento dietro la schiena di chi sta davanti in coda alle solite Poste. Le Poste sono fonte di ispirazione per poeti di strada e per Pavese, che parlava di vecchi e vecchioni, di tampe e osterie fumose delle Langhe e di Torino.
C'è molto da dire su Monti, Casini, Rutelli, Fini e Bersani. Se non sbaglio Bersani non è d'accordo che la crisi la sovvenzioni chi ha di più: "Non sono d'accordo che una parte paghi per tutti!". Casini è d'accordo. Lupi no, non è d'accordo neanche lui! Il Pdl non è d'accordo.
Senza Berlusconi sulla ribalta non è vero che non c'è chi faccia ridere. E' un umorismo diverso, che non fa ridere: fa piangere, come dicevano già Pirandello e Brecht!
Di Pietro vuole le elezioni. La Lega tace. E da una parte è meglio! E' meglio che altri tacciano, che tacciano certi giornalisti, che taccia certa canzone, che taccia certa propaganda del mercato rionale.
Parli il Signore una volta anche a questo mondo! Scenda in mezzo a noi! Ci porti il rigore dell'ubbidienza alla Verità. Lo ha fatto tempo fa, a Isacco, a David, a Mosè! Lo faccia anche per questa gente che rischia grosso a giocare coi soldi e con le vite degli altri! Si rischia a giocare a dadi.
"Bisogna imparare a giocare!"
Questa voce è risaputo di chi sia!
Bisogna imparare a pregare e a tacere, oppure a tacere e ad amare il prossimo. Oppure che si parli ma si ami infinitamente l'umanità. Non si ami se stessi perché non porta da nessuna parte quest'amore.
L'amore è scambio e piacere di un incontro inaspettato. E' ancora più bello l'incontro da tempo atteso, e finalmente si è concretizzato! Dentro un mare di occhi azzurri, ma anche neri sono belli lo stesso! Certi occhi parlano dentro un viso scuro! Parlano anche i capelli biondi coi riflessi del sole. I capelli neri non parlano. Tacciono, come tacciono i cuori di chi è ferito.
Non finge. Chi finge non ha quegli occhi.
Sono immagini, scorci di vita che passano tra le mani di un mendicante. Passano anche tra le mani di chi non vede e non vuole sentire. I limiti dell'anima rendono storpi i corpi.
E non c'è nessuna fede che possa salvarli!

sabato 19 novembre 2011

La crisi economica: la tregua: Cicerozzi, Monti e Tre Monti

Adesso tutto è cheto. Sabato e domenica le borse sono chiuse. Si sta a casa, in famiglia, nipotini e figli sono l'orgoglio dei ministri.
Il Ministero dell'Economia me lo sono tenuto per me. Bisogna fare sacrifici.
Sentivo per radio un discorso di Casini, che diceva più o meno così: "C'è chi è con Monti, però questo no... Un altro è con Monti, però non vuole quest'altra cosa... Noi siamo con Monti, invece," alzando il tono, urlando nel microfono, "Senza se e senza ma!" Applauso della platea e apprezzamento per l'orignalità dell'espressione.
"Senza se e senza ma," mi sembra di vedere qualcuno scuotere il capo, stupito da quelle parole nuove.
Anche Rutelli è intervenuto: "Ci sono frange della sinistra che sono tristi, come se vivvessero il vuoto dell'assenza di Berlusconi!"
Ha concluso Fini, ma non ricordo niente di propormpente, frasi del tipo: "Per davvero, appoggio assoluto," molto simile al "male assoluto", affermazione che aveva usato quando era andato in visita a Gerusalemme, se non sbaglio, per rinunciare al male, definendo in quel modo "Il fascismo" e i suoi clamorosi orrori. Un bel passo avanti!
Adesso tutto è silenzioso: nelle case: partite e Domenica in, nessuna crisi, nessun pensiero verso l'inganno non tanto remoto della politica. Si è confortati dalla presenza dei professori ministri e dai ministri professori. Ci sono anche banchieri e comandanti di corpi speciali delle forze armate.
Ma tutti sono fiduciosi e rassegnati:"senza se e senza ma!" gesto di assenso con il capo. Qualcuno con la testa, ogni altra allusione è fuori luogo; cose del tipo: "Uh, uh, ah, ah!"
"Bisogna fare sacrifici" si mormora da più parti. C'è chi lo dice a se stesso, dondolandosi sulla sedia a dondolo, con un bel plaid a quadri sulle gambe, guardando i nipotini che giocano per terra, davanti alla televisione accesa, in cui scorrono le immagini di qualche campo di calcio, insieme alle urla di Malgioglio e di Giletti nell'Arena.
Monti fa scandalo solo col nome, perché suscita un umorismo puerile: "Mari e Monti" sorride con la faccia da ebete un inquilino, mentre esce dall'ascensore. "Monti e Tremonti" dice qualcun altro, anzi lo scrive sui giornali. Il fattorino di un carro funebre indica qualcosa lontano: "Tre Monti!" ride e di colpo si impensierisce. E non per il pensiero dei morti, a cui ha fatto l'abitudine. Per i quali non sa né ridere e né piangere.
Oggi e domani riposo. Lunedì riaprira la borsa e si comincerà a farneticare. "La Francia è messa male! Noi abbiamo le risorse per superare la crisi!" si incoraggiano molti, immaginando di superare la crisi perché in Francia stanno male. Berlusconi diceva le loro stesse cose, si avviliscono, e nessuno gli ha creduto! "Altri tempi" si mormora per incanto. "Povero Berlusconi quanto manca alla sinistra" ripensa alle parole avvelenate di Rutelli, che fa il sagace dal pulpito de l'Api, che non è né il toro Api della mitologia egizia e neanche un fornitore di miele.
"Quando passerà questa crisi!" c'è chi ha voglia di darsi alla pazza gioia! "Voglio mangiarmi tutti i cicerozzi quest'anno, " diceva una novella vedova molti anni fa, al funerale di suo marito, piangendo sul suo corpo bianco e cadaverico steso immobile sul letto, rimpiangendo il suo stile di vita sempre contenuto e a modo: "Voglio fare la capobanda! Cosa che non ho fatto mai!" scoppiava a piangere, con l'affanno per la perdita asfissinate del suo amato marito: "Giovane o vecchio per me sei sempre giovane!" continuava a rimpiangere altre cose di sé, ripromettendosi di fare cose mai fatte: "Solcare mari e scalare Monti!" pianto dirotto, bagnando il vestito lucido del congiunto, ancora lì con lei, ancora per poco.
I cicerozzi sono dei dolci pasquali che si fanno, forse si facevano, nelle case del Sud a Natale: un impasto cremoso di passato di ceci e castagne, imbevuto di vino cotto, chiuso in una sfoglia di pasta all'uovo increspata dalla frittura.

sabato 12 novembre 2011

La crisi economica - terza parte: razzismo e fuoristrada!

Di che esulta la gente comune? dell'idea di liberazione! Sembra di assistere alla fine di un dittatore, che grazie a Dio non è morto come è stato per Gheddafi. Ha capito di doversi dimettere. Questa è la bellezza di stare in una Repubblica democratica, si giunge alla fine senza spargimenti di sangue.
Ma la gente comune, questa massa di anime selvagge, che imprecano contro i neri e contro i gialli, contro i rumeni e contro i romani, contro i comunisti e contro Merckel e Sarkozy, non sa che le condizioni in cui hanno ridotto l'Italia quei politici che lei stessa ha votato  richiedono uno sforzo di qualche centinaio di euro per provare a risollevarla alla meglio. La gente comune, con quel bagaglio di idee rivoluzionarie, del non voler pagare le tasse per nessuna ragione al mondo, adesso dovrà fare il grande sacrificio di dover contribuire a un risanamento. 
Berlusconi è caduto perché aveva fatto il liberista per far contenta la gente comune con una politica rivoluzionaria: del maggior benessere senza pagare tasse: via l'Ici, via la tassa di successione, via la bolletta del gas e del telefono, via il canone rai e sottoscrizione obbligatoria di abbonamenti a Premuim! Questa è l'italia che ci circonda, che ci ha circondato e ci circonda. 
La pietà va per i morti di Genova e di Vernazza, il pensiero corre a quelle sciagure. Un altro pensiero è rivolto a chi non arriva a fine mese, quelle famiglie con gravi difficoltà, che non hanno i soldi per mandare i figli a scuola, perché hanno perso il lavoro e la prospettiva di ritrovarlo.
La Lega va all'opposizione, come se si potesse ancora parlare di politica in Italia. 
Monti ha solo il compito di fare quadrare i conti, di farli i conti, le entrate e le uscite, e trovare il modo per far fronte a questa catastrofe che ci ha investito. Non è stata creata dai mercati, no! Ma dal liberismo sfrenato, per accontentare chi non voleva pagare le tasse! Il popolo del Nord che non ha da pagare niente! perché non vuole pagare niente! Il Sud paga e ha pagato, in ogni senso, perché ha il senso di rispetto per tutte le genti anche delle genti del Nord Italia. Mio padre mi parla di quanto bene ha condiviso con emigranti del Veneto e Bergamaschi, nei vent'anni di lavoro che hanno fatto insieme in Germania: "Brava gente i bergamaschi!". Questo ricorda mio padre di quegli amici emigranti, di cui conserva ancora tutto il fascino del bene. Tagliava loro i capelli, gratis! Ma i figli di quegli amici, bergamaschi e veneti, che hanno saloni di taglio nelle città delle origini in cui sono tornati non tagliano neanche una ciocca se prima non ricevono almeno cinquanta euro. E non contenti hanno anche diritto con quella cifra di parlare male del Sud e della sua gente, perché i padri emigranti in Germania si sono presi i benefici da quelli del Sud senza ricordare il fascino di un bene che non hanno mai avuto per nessuno. L'unico fascino era ed è per i soldi, che non hanno per giunta, come dicono loro stessi.
L'Italia unita è un sacrificio per tutti, anche per quelli del Sud, dover sentire il peso di una diversità che è offensiva. Stare insieme a chi crede di pagare di più di altri, subire l'onta del razzismo di una politica che è stata sempre nordista, da Cavour a Bossi. Tollerare l'onta di un razzismo ignorante di chi ha in odio finanche il nome di Sud. Ma lasciamo stare, perché non stiamo parlando di intelligenza negata. Stiamo parlando dell'Italia. Quell'Italia tradita dalla gente comune, che adesso esulta perché il dittatore è caduto. Quell'Italia che esulta perché starà all'opposizione contro il governo dell'Italia una e unita. Quell'Italia che piange la fame e impreca contro il Sud! Dovrebbe ringraziare quella gente e la sua pazienza di perdonarla da tanto tempo. 
Adesso bisogna fare l'Italia, ecco perché non è una questione politica, come chi parla di elezioni e di governo illegittimo. Non è tempo di elezioni, considerando anche che chi parla in questo senso se andasse alle urne perderebbe sonoramente il confronto.
Alle elezioni popolari si andrà certamente con il piacere di tutti quando gli animi degli italiani saranno più sereni per avere scongiurato il fallimento creato da chi non vuole pagare niente. L'unico piacere che si permette di pagare sono escort e fuoristrada. A luci spente, di sera, prima di far ritorno a casa e prendere in braccio i figli, con le sue mani sporche.

martedì 8 novembre 2011

La crisi economica - seconda parte: lezione di retorica: Alé!

Le parole hanno il pregio di essere soffio. Si respira a pronunciarle. Se poi sono dolci arrivano al cuore e lo confortano. Le parole vengono da lontano, dai sogni; poiché la realtà ha perso senso.
Ve l'ho detto che ci sono banche dappertutto? Certo che ve l'ho detto. Mi sono accorto di loro in questi giorni di pioggia. A che cosa pensate che servano? A tenere il posto prenotato per un'operazione postale? Sono banche! Non sono la Posta! Non danno niente in omaggio!
Prenotate l'asilo per i vostri figli recandovi, immagino,  presso le sedi preposte del Municipio
Internet è una sciagura per Brunetta. Si parla solo di lui. A volte si parla anche di Marrazzo che prepara il suo ritorno. Con le lenti a contatto è davvero poderoso il giornalista. Lontano dalla Rai si è rovinato con cattive compagnie. E' la politica che che corrompe gli animi più delicati. Non è importante se sono in pace oppure no a casa loro.
Si è corrotti negli atteggiamenti. Adesso si spia nell'animo degli altri per cercare di trovare lo stesso deserto.
C'è chi spera che Berlusconi sia finito.
"Abbiamo perso credibilità all'estero!"
"Ma Clinton e Strauss Kahn erano puliti?"
"Bisogna cambiare! Lo spread è un abisso!"
"Sono le banche, cazzo, che speculano! Volete capirlo o no? Sono un'infinità in ogni angolo delle nostre strade!"
"Bisogna cambiare!" si ribadisce. "Abbiamo perso credibilità!"
"Voglio vedere chi mi tradirà!" ringhia la Voce del padrone, risentito con quelle quattro sgualdrinelle che nei tempi migliori si mettevano in fila senza batter ciglio nella saletta anteposta alla stanza dei record, in cui amplesso equivale a resistenza e record, stando a certe voci indiscrete ma non proprio.
"Barabba o Gesù!"risuona il grido di chi vede un parallelo di ingiustizia.
"Capra! Capra! Capra! Capra!" cambia ritornello il critico Sgarbi.
E va bene! Da Madrid scuotono il capo, da Parigi scuotono il capo, da Venezia scuotono il capo, da Palazzo Grazioli tira un'aria di rivalsa!
"Non mi dimetto!"
Nei salottini televisivi si scuotono le gambe, le mani e il ca...po.
Qualche ministro si lancia nelle offese, accusando le opposizioni che stanno parate di fronte: Casini, Fini e Rutelli.
"Fascista! Fascista! Fascista! Fascista!" Sgarbi si scaglia contro Bindi, che ha lasciato lo studio prima di incrociare lo sguardo di quell'infuriato.
"Pubblicità!" sorride il bravo conduttore.
Vedremo stasera le notizie a Ballarò. Ride anche Santoro di questo nome, forse dell'atmosfera che si respira in studio.
Berlusconi non si dimetterà.
"Vedremo chi la vince e chi la perde!"
E' la voce di chi? Di Ferrara. di Sallusti o di Bel Pietro?
E Bechis che avanza. Anche Sechi avrebbe qualcosa da dire. Chi lo sa, magari saranno tutti stasera a Ballarò: "Alé!"
Santoro scuote il capo, Di pietro picga il collo, Vauro non dice niente, Travaglio scuote il capo. Sgarbi risparmia il fiato contro i fascisti per scagliarsi impetuosamente contro la sua bestia nera: "Capra! Capra! Capra!".

lunedì 7 novembre 2011

La Crisi Economica - prima parte.

Se avessimo davvero tutto quel valore che ci sappiamo attribuire nei momenti di malinconiche confessioni manderemmo a dire a tutti che siamo grigiore inconfessato.
E’ la paura di restare soli che ci fa dire falsità.
Si può essere compatiti onorevolmente più che compatire falsamente.
Se avessimo un grado di umanità da regalare faremmo felici i miseri e i bisognosi di quel poco di bene che ci è consentito. Ma stiamo attaccati a chi crediamo ci dia l’occasione di ottenere quanto non siamo in grado di dare. Tutti insieme con le nostre ipocrisie siamo meno che mendicanti, quelli di una volta, con la tristezza nel cuore e la vergogna sulla faccia.
Se avessimo tutta quella virtù che ci attribuiamo quando siamo davanti a chi ci guarda diremmo di fare silenzio perche ci sono un bimbo e un malato che dormono nello stesso letto. Si fanno compagnia.
Fateci caso: i bambini, pur con qualche consapevolezza in più rispetto a ieri, non distinguono tra bello e brutto, vecchio e giovane, alto e basso: ma ridono o piangono per come sentono il bene o la sua mancanza in chi li prende in braccio. Piangono per un bacino sulla guancia rubato da un assassino dei loro sogni. E corrono dalla mamma o dal papino, quando sanno che possono restituire loro la bellezza dei desideri infranti.
E’ tutto un “non si può” in certe famiglie. I bambini rinunciano a ricevere quella carezza desiderata. La trovano nel sorriso di chi costruisce per loro sogni fatati.
C’è tanto clamore per la crisi economica. I mendicanti non se ne sono accorti. Per strada c’è lo stesso freddo di quel tempo annunciato di benessere.
Bisogna fare sacrifici in momenti come questi. Che tragedia! Rinunciare a un benessere costruito con una ricchezza di carta. 
“Ridatemi le mie cure, i miei gioielli, la mia macchina da corsa! Se no fuggo in Thailandia!” grida chi si sente derubato da uno Stato che non gli rende la felicità.
“Ridatemi i miei servi, la mia corte di cucinieri, i miei vestiti sfarzosi, i miei cani da caccia!” si rattrista chi sogna queste cose che non ha mai avuto. “Se no me ne vado in America! Lì c’è un’occasione per tutti!”
“Non è più così neanche per loro!” una voce risuona come se sapesse quanto agli altri è tenuto nascosto.
Le trasmissioni televisive di “approfondimento” mettono in mostra esperti di economia, che parlano in collegamento da Madrid e da Parigi, a volte da Catania e da Venenzia. Non sanno dire niente sulla crisi: “Non si conoscono le cause e il tempo. Ma Berlusconi deve lasciare, per il bene dell’Italia!”
“E’ una questione di credibilità!” gli fanno coro “da studio”.
“Siete dei criminali!” si risentono quei ministri che hanno accettato quel confronto. Sbavano, con gli occhi furenti, gridano, offendono: “Voi siete la peggiore razza di criminali che abbia mai potuto comparire in questa nostra bella Italia! Voi siete i suoi assassini!”
Scuotono la testa gli inviati da Madrid, si accavallano mugugni da Parigi e da Venezia.
“Mi lasci parlare? Io non ti ho interrotto!” inizia il ritornello di chi vuole apparire moderato e far apparire violento chi gli urla in faccia la sua verità: “Mi lasci parlare? Io non ti ho interrotto!” continuano, così, per tutto il tempo.
“Abbassate i microfoni in studio?!” fa cenno il conduttore, soddisfatto della situazione, fingendo una certa indecisione nei gesti: “Abbassate i microfoni! A casa non vi capiscono!” segue il copione scritto dai soliti autori.
“Pubblicità!” dice con decisione il conduttore, alla fine, per entrare a pieno tiolo a far parte dello show.
I biscotti del Mulino Bianco, dentifrici, adesivi per dentiere, farmaci per bruciori di stomaco. Sigla. Lo show riprende.
L’urlo inquieto di Sgarbi è la ripresa: “Taci! Taci! Taci! Taci!”.
Gli esperti in collegamento scuotono il capo, anche i ministri e l’opposizione scuotono il capo. IL conduttore scuote la testa.
“Taci! Taci! Taci! Taci! Taci!” continua l’urlo spaventoso del critico che prosegue, girandosi con sdegno contro il primo che emette un sussurro.
Il conduttore scuote il capo. Gli esperti continuano a scuotere il capo e a girare sulle poltroncine girevoli! I ministri scuotono il capo. L’opposizione scuote la testa, qualcuno si alza e abbandona lo studio.
“Taci! Taci! Taci! Taci!”
Il conduttore annuncia, sfiduciato, ma contento per quell’opportunità di passare più volte  nei giorni successivi su Blob: “Pubblicità!”.
Sgarbi urla da fare spavento, alzandosi in piedi, andando verso il conduttore, puntando la faccia contro l’obiettivo della telecamera: “Taci! Taci! Taci! Taci! Taci! Taci!”

martedì 1 novembre 2011

La poesia non cura dai mali così come un impiegato di banca non accende mutui per un suo piacere

Chi scrive per essere artefice di se stesso fa di professione il notaio. Mentre chi scrive per gli altri si occupa di pubblicità. Il giornalista informa. Il poeta, anche se non ce ne sono più, guarisce nel ricordo di amori sbagliati. Le ragazze scrivono per custodire segreti. I ragazzi non scrivono niente, tanto non si guadagna.
Ci sono banche dappertutto, agenzie ovunque, nelle città. In una stessa strada, anche stretta, non necessariamente centrale, ce ne sono con le sigle più assurde: rimandano a sedi di città: Parma, per esempio, Lecco, Lodi, ma anche Carate. Sono poste una dietro l'altra. Sono visibili, anche se sfuggono allo sguardo distratto, assorto in visioni intime o intime meditazioni.
A che cosa servono tutte queste banche? Siamo sommersi. E' una realtà a cui non si fa caso. "Offriranno un servizio!" E' la risposta più semplice che si possa dare. Poi a pensarci seriamente, dando una tregua alle meditazioni, sembra che non offrano servizi come accade ad uno sportello dell'anagrafe. Non si occupano neanche di bambini, compito che svolgono gli asili nido, numerosi quasi quanto quelle agenzie. Si occupano di crediti: ci si orienta minimamente a partire dalle definizioni: istituti di credito. "Danno soldi!"Una voce sale dalle profondità più oscure, che sfuggono normalmente alle sollecitazioni dei sensi. Il volto dei passanti si illumina di una luce che riverbera in sé, come accade per certe lampade al silicio che emanano luce nera nei centri di benessere. "Ma poi li rivogliono indietro!," il raggio di luce si attenua, si fa più freddo, nonostante sul volto non si noti la differenza. "Li rivogliono indietro, con un peso insostenibile di interessi!" il cuore raggela, mentre la voce con tutte le sue onde ritorna nelle profondità silenziose dell'animo sconfortato.
Se ci fossero molti negozi di frutta si saprebbe di certo che sono lì per vendere. Danno frutta in cambio di soldi. Le banche invece danno soldi in cambio di più soldi. Nel caso della frutta ci sarebbe uno scambio, per le banche c'è solo un prelievo di soldi continuo.
"Ma nessuno ti obbliga!" qualcuno grida dai piani di sopra. "Non è proprio vero!" rispondono di sotto, gli stessi impiegati che hanno spento sul volto l'ultimo raggio di luce nera. Anche loro hanno mutui da pagare, hanno figli che chiedono, parenti e amici che lamentano povertà. Andrebbero aiutati tutti, ma da soli quegli impiegati non ce la fanno. "Bisogna accendere un mutuo!" si scaldano, per cercare un calore dall'ipotesi di incendio. Tutti intorno piangono.
C'è chi continua a scrivere poesie, nonostante non sia neanche poeta. Non lo sa, però. E nessuno glie lo dice.  Si infervora di ispirazione e di luce crepuscolare, dedicando versi alle donne: "Sei ancora l'anelito di questo mio cuor/ trafitto da una lacrima cristallina/ arcana origine di una alterità in frantumi. // Io che amai solo la bellezza effimera di una sera/ quando la luce si posò sulla tua primavera/ alla finestra carica di tenerezza: // Va' lontano ancor/ non seguirà il mio pianto/ adesso che una luce questo mio cor m'infiamma!".
Luce e fiamme sono ancora la faccia di una contemporaneità che allude all'amore perduto irrimediabilmente e rimanda a una finesta carica di tenerezza. Per i parenti dell'impiegato di banca la tenerezza è la finestra di fronte, quell'agenzia dove si affatica per cercare di portare a casa i soldi per sfamare tutti.
"Non bisogna essere buoni!" urla la moglie dell'impiegato. "Poi c'è chi se n'approfitta!"
"Ma sono anche figli tuoi oltre che miei!" replica con una smorfia di stupore per quella cattiveria che non aveva mai scorto prima nel volto della donna.
"Non mi riferivo ai nostri figli!"
Si accascia sul divano, l'impiegato, colto da desolante smarrimento. Medita sulle banche e su sua moglie, sui parenti, sui figli. Non sa più neanche di chi fidarsi. Si fidava di sé, un tempo, dei suoi sentimenti. Alle donne non ha mai declamato poesie. Forse una volta gli è successo, molto tempo prima, quando aveva terent'anni di meno. Adesso sa che i poeti devono curare i loro mali. Le sue afflizioni, invece, non trovano neanche il piacere della fantasia. Estratti conto e ingiunzioni, queste sono le sue ispirazioni e riferimenti.
Ma un poeta è anche amico del tempo, e a lui non sfuggono le stagioni che addolciscono i mali e li stemperano, altre volte li aggravano e li ingigantiscono: "Nella tua stanza calda tu sognavi orizzonti marini/ gennaio è sempre l'alba del primo raggio di sole. // Non so partir di marte come di venere/ è la morte della rima che mi fa dire addio estate/ un'altra primavera è alle porte!".
Sono parole incoraggianti quelle del poeta, anche se non arrivano al povero impiegato di banca, che medita seriamente il suicidio.

sabato 29 ottobre 2011

Novembre 2

Si può leggere anche al contrario, prima il numero e poi il nome. Il numero due del titolo è solo successione, rispetto a un titolo precedente che porta semplicemente il nome "Novembre".
Letto al contrario c'è un'intima verità, di un giorno che mi ha sempre accompagnato in tutta la vita. Me ne sono dimenticato, a volte, ma puntualmente a Novembre è tornato il sussurro di una voce che si è fusa a quella di chi mi manca da tanto e da sempre. Si è fusa ai loro sguardi, che vedo riflessi da sempre nelle cose celesti, nel sole, nel cielo terso, nelle nuvole bianche sospese sul niente, nelle cime dei monti, sulle brezze nervose dell'aria sopra i campi di grano, nel freddo degli inverni senza elettricità.
Le carezze di mia madre sono state sentimento puro! Non egoismo, speranza di un figlio migliore degli altri. Niente di così sciagurato. Sono state trasporto, gentilezza, bellezza. Amore di un'alba di Dio. Sogni di primavera. Cataplasmi invernali. Affanno. Sussurri per vincere la solitudine, e la paura dei morti.
"I morti non fanno paura! fanno paura i vivi! Certi vivi!" la incoraggiava mio padre, col suo tono gentile da uomo di terra.
"Lo so" sorrideva lei. Sospirava, appena sollevata, ma con il dubbio su quelle paure che teneva per sé, nascoste e segrete.
Il giorno dei morti è il giorno del dolore di chi sopravvive a una tempesta. Il ricordo della bellezza di uno sguardo, di una voce, di un telefono che squilla.
"Come stai, figlio mio?" il sussurro e l'affanno, per una lontananza inaccettabile. "Cosa fai in quel mondo lontano? Eserciti il bene prima di ogni altro egoismo, piacere, desiderio? Il bene degli altri è il tuo sono la stessa cosa. Tu lo sai, te l'ho insegnato io. Te l'ha insegnato tuo padre e tutta quella gente che adesso è dentro i tuoi ricordi. Perché adesso sai cosa hanno significato quelle vite misere che t'hanno accarezzato, sorpreso, cercato, assalito con le loro urla terribili, rivolte al Signore, forti per farti sentire. Uccidono i silenzi, figlio mio! Uccidono i sussurri malvagi, gli sguardi spenti che scrutano di nascosto alimentando sentimenti perversi. Chi urla non uccide, molto spesso è ucciso da chi cerca un pretesto!"
"Va bene," rispondevo a mia madre, con la delicatezza nascosta nei miei vent'anni. "Sto bene, non ripetermi le cose che so!"
"Non dirmi quello che devo fare io!" sospirava, con le sue paure trattenute, per sé e soprattutto per me che ero in quel mondo infinitamente lontano dal suo, dal nostro. "Continua a rispondermi e basta, fallo nel modo migliore, più onesto e più vero, e togli ogni dubbio, per quanto possa essere concesso alle tue parole e facoltà, alle mie domande e preoccupazioni." Quindi restava in silenzio, aspettando vigile un'altra risposta da me che avrebbe scomposto e ricomposto secondo la sua forma migliore di giudizio.
"Va bene," scuotevo la testa, anche se al telefono non si poteva vedere. "Ti voglio bene! Va bene?"
"No, non va bene!" reagiva, tra sé, apprezzando però quel bene e la sua dimostrazione. "E' il tono che dà senso alle cose! Anche al bene!"
Sapevo che aveva ragione, e voleva dimostrarmelo. Le rispondevo di sì, per negarle ragione e spiegazioni.
Ovviamente continuava e imponeva il suo ordine logico, che io, figlio suo, a volte lasciavo correre e altre volte attaccavo per la confidenza dei discorsi. "Va bene, mamma! Va bene, così! Ti prego, non esasperare la nostra distanza!"
Era il mondo che ci divideva, noi lo sapevamo. E mia madre non perdeva occasione di ricordarmi di risparmiare le lacrime per il giorno in cui non avrei potuto dirle più niente. Sorrideva, stranamente, quando voleva mettermi in difficoltà. Intimamente la difficoltà era sua, con tutte le paure di sempre che tratteneva.
Quel tempo di piangere è arrivato all'improvviso. E' arrivato un giorno di ottobre. Silenzio e pianto non si risparmiano quando il cuore è in subbuglio. Non è una regola. E' un sentimento. Accade negli animi addolorati. Non tutti gli animi si addolorano.
Mia madre tornava sempre con un gran sospiro a casa, dopo aver fatto visita a qualcuno che aveva avuto un lutto in famiglia. Sospirava e lo sguardo si segnava di una ferita e di uno smarrimento.
A novembre sospirava per i suoi parenti morti. E pregava con un sorriso di dolcezza, gli occhi aperti di benevolenza. Il cimitero del paese è posto sopra un promontorio, e a novembre tira sempre un forte vento. Mia madre si avvolgeva nel suo scialle, e correva giù per la discesa di sassi e cardi. Mi tirava per la mano, quando andavo da piccolo con lei. Sembrava che volesse farmi conoscere i nonni che non avevo conosciuto bene. Mi stringeva forte in un abbraccio e sospirava, piangendo e sorridendo, come per un inzio e un addio.
Il due novembre girano tante macchine sempre intorno a quel cimitero posto sul promontorio. Ed il vento è ancora forte.
Vorrei essere tanto insieme a lei. Vorrei prenderle la mano, farmi trascinare, sussurrare preghiere e piangere.
"Non piangere," mi diceva, quando si fermava davanti alla lapide dei nonni. "Non piangere".
"Sì, sì," sospiravo, senza capire allora. "Non piango" dicevo, tra me e me, soffiando nel petto di bambino.
Non piango madre mia. Non piango. Anche se non è sempre così facile sopravvivere al dolore.
Il vento soffia ancora sopra il promontorio.
Ci sono gli occhi addolorati di una madre che sorridono. Mancano gli occhi del figlio, che trattiene l'affanno in un mondo che non è più né lontano né vicino da te. E' un mondo senza pianti e senza sospiri, perché non riesce ad esprimerli.
Aspettami madre, verrò da te. Fuggendo da questo mondo di cartone e di plastica. Aspettami, madre. Scusa se non ho sempre tempo. Guardami ancora, come sempre. Sì, ti stringo la mano. Tu stringimi a te, e non smettere di guardarmi.

martedì 25 ottobre 2011

Novembre

Gli amanti si amano prima di conoscersi, lo diceva un vecchio sapiente del paese. Era anziano quando l'ho conosciuto. Era mite e simpatico. Sapeva predire il futuro. Portava un cappellino unto sulla testa, che gli copriva gli occhi. Il sorriso sempre acceso, con benevolenza. I pantaloni di corda, rattoppati.
Mi disse, una sera, quando la nebbia aveva  stretto la collina e nel cielo danzavano gocciole di pioggia leggera, di non dimenticarmi dei vecchi. Ero insieme ad altri ragazzi, allora eravamo così. Disse a tutti  noi di non dimenticarci dei vecchi; di ricordarcene piuttosto, perché il nostro ricordo li avrebbe tenuti in vita anche dopo la morte. L'ho fatto e lo faccio da sempre, da solo, insieme a quei ragazzi di allora, non so, che ora sono vecchi anche loro. Fa niente che la vita si sia allungata, e il senso della giovinezza si ritrova anche in chi è intorno ai cent'anni.
La gioventù non è una condizione, ma una fuga dalla costrizione. Era una speranza, adesso non è più così. La gioventù è diventata banalmente  appartenenza. A che cosa? E' tutto da decifrare: leggerezza, sfida, denuncia. Sguardo rivolto all'indietro, a ciò che non è: riconoscendosi.
Si diventerà vecchi tutti appena nati, almeno non bisognerà aspettare una vita per peggiorare. Si peggiora subito, prima che si venga irrisi per un vizio che non rende onore all'età. Come cambiano le cose. Una volta ci si vantava di essere giovani da vecchi. Adesso lo fa solo Berlusconi, e prima o poi smetterà anche lui: poiché non ci sono le condizioni per sentirsi felici di una virtù che viene vista dai più come un'offesa o un atto di accusa. La citazione non è cercata, neanche voluta: l'argomento esige rigore.
"Tanto farete vecchi anche voi," ci disse quel vecchio quella sera. Non c'entra niente con la divagazione sulle virtù di chi è potente oltre ogni previsione.La potenza è in quell'ispirazione di quel vecchio che ci disse di ricordarlo anche dopo la sua morte.
A me manca ancora un animo semplice come il suo, non ho più avuto modo di trovarne altri simili a lui. Non ho mai saputo niente delle sue convinzioni politiche, se votasse e chi o che cosa. Faceva predizioni sul futuro, ma temo che neanche sapesse leggere o scrivere.
La sua casa era una sorta di spelonca sotterranea, la abitava con sua moglie. Una dolce signora, dal profilo austero, che ho visto addolcire molto spesso in un'espressione di grazia: quel tipico sospiro di genitrici del Sud che portano dentro il senso di tutte le cose, che non svelano facilmente. Le donne del Nord dicono, ma effettivamente non ho mai fatto caso al loro modo di trattenere il dolore o la speranza. Bisogna essere pervasi da questi stati d'animo per mascherarli.
Aveva ragione quel vecchio a predire il futuro dei giovani e dei vecchi. Adesso è tutto vecchio: sono vecchie le canzoni, sono vecchi i tram, sono vecchie le parole, sono vecchi gli sguardi, i sospiri. Di nuovo ci sono solo le idee, quelle di una volta: rivoluzione, se c'è, è una vecchia dottrina; libertà, se è rimasta, è adesione ad una vecchia bandiera; "le cose vanno così e così" è una nuova concezione di stare dalla parte di chi vince. La vittoria è una nuova dimensione di chi sa perdere da sempre. Non c'entra la politica. C'entra la bontà, che è sempre la stessa: quel carattere dell'uomo di cui si predica l'assoluta distanza, per non dare nell'occhio.
Adesso si è accusati di buonismo, se si è animati da sguardo generoso e lungimirante.
Vince sempre l'arroganza, questa nuova concezione di negare a se stessi la propria miseria. Agli altri la miseria arriva sempre allo stesso modo, il suo volto è vecchio. E' vecchio anche l'intento di voler apparire intelligenti. Si è persa da quando non c'è più chi vive con il naso rivolto al cielo per fare una previsione sapiente. Adesso si camnmina con gli occhi coperti da occhiali neri. Una volta lo faceva solo chi doveva nascondere la colpa del suo crimine.
"Mi ricorderò di te, finché avrò vita!" ripeto ogni volta, ripensando a quella sera di novembre, in cui la nebbia ci fece incontrare e ci tenne insieme il tempo necessario per chiedere perdono per l'eternità.
"Bisogna fare il bene degli altri per ricevere il bene dagli altri!" non è un precetto cristiano, ma è umano. "Il bene si alimenta col bene."
"Ridete, voi! Ridete!" si allontanò il sapiente, ridendo tra sé e sé, rispondendo a qualcuno dei giovani di allora che aveva ironizzato.

giovedì 20 ottobre 2011

Cani, padroni e altri delitti

Il cane si morde le zampe. Il padrone lo guarda. Non capisce. Vorrebbe risolvere quel dubbio perché non riesce a darsi pace.
Forse quel cane ha solo voglia di uscire, di correre sull'erba di un prato. Fa male l'asfalto e il selciato di un cortile angusto che non dà la possibilità di guardare oltre il recinto.
Il padrone non sa che il suo cane ha bisogno di dare sfogo al suo istinto. Non gli servono biscotti e cappottini. Il cane odia i cartoni animati.
Il padrone non vuole uscire ogni volta per soddisfare i capricci del cane. Va in giro per cliniche veterinarie, senza esito. Si carica di fasce, garze, creme, disinfettanti. Il cane continua a mordersi le zampe anche quando sono fasciate. E' uno strazio lo scontro tra prese di posizione.
Il padrone non ha più ragione del cane. Anche lui si morde le unghie, ma nessuno si affanna per lui. Nessuno lo riempie di garze, creme e tinture sterilizzanti.
Il padrone soffre d'amore, per questo si mangia le unghie. Ma nessuno lo porta a far visite. Da chi poi, dai maghi? Sono loro che si occupanio di questi mali spaventosi. Ma i maghi non sanno far niente, nenche hanno studiato, che sarebbe già un inizio per poter esercitare una pratica di qualche valore. Neanche parlano in italiano. I maghi hanno accenti che fanno spavento.
Ancora più spaventoso è l'animo di chi si affida a loro per ordire sortilegi malefici. Ma come possono pensare che qualcuno senza pregio possa offrire loro un benessere dirottando il male su un altro?
Per me già soffrire d'amore è un male, di chi non sa amare se stesso. L'amore non si ottiene con una pozione. Guardatevi allo specchio anime infelici, fate spavento! Chi mai potrà subire da voi un desiderio? Chi mai potrà trovare nelle vostre facce sfigurate la voglia di un piacere? Guardatevi allo specchio: suscita in voi piacere il vostro volto sudato e ferito dalla rabbia? Siete da ricoverare al manicomio, se pensate che si risolve dai maghi il vostro destino! Lo so: "I manicomi non esistono più!" è la risposta detta a denti stretti. Ma ci sono luoghi ancora più efficaci, tutt'ora, dove rinchiudere pazzi senza ragione. Provate a indovinare!
Il destino lo fate voi, i giovani lo sanno. I giovani non vanno dai maghi. Non credono neanche nelle cose che hanno una spiegazione logica. Una volta un ragazzo mi ha chiesto la dimostrazione della mia capacità di visione nei suoi confronti. Non mi ha fatto ridere, nonostante lui avesse voglia di ridere.
Non ho tempo per ridere insieme a chi ride di sé.
Ho tempo per ridere con chi ride di niente. Il niente fa ridere, tutto il resto è destino. E tragedia.
E' morto Gheddafi! Io davanti alla morte ho pietà. La morte di tutti impietosisce,. La morte di tutti fa piangere. E' morto Gheddafi: io non so vedere la svolta come altri hanno visto, lo hanno anche dichiarato. E' uan forma di ufficialità istituzionale. Ha chiesto di non sparare, Muahammar, ho sentito dire in un programma alla radio, ha implorato pietà. Gli hanno sparato lo stesso, ferendolo. Poi lo hanno schiaffeggiato. Che orrore, al di là di ogni altro orrore commesso dall'uomo, dai suoi abusi, dalla sua tirannia. Lo hanno schiaffeggiato, quando era già prossimo alla morte. Ma non fa orrore a voi quest'immagine? Anche le morti che ha provocato a me fanno orrore, come a voi, immagino. Ma il perdono in un animo in pace trova sempre una forma. In chi è ipocrita la morte da speranza di svolta.
Quel cane si morde ancora le zampe, e il suo padrone lo tiene legato, chiuso in cortile, con le zampe fasciate che non riesce più a muovere. Muove la testa e dilania a fatica le garze intrise di sangue. A me i giorni luttuosi inducono a cercare Dio nella mia piccola, povera anima impaurita. Anche le guerre mi mettono angoscia, e non so stare di qua o di là dalla parte di chi si contende lo scettro. Io so che il Mahatma Gandhi sconfisse la tirannia degli inglesi nella sua India amata senza sparare contro i tiranni. Neanche ho mai saputo che quell' "anima grande" (traduzione di Mahatma Gandhi) abbia mai schiaffeggiato nessuno di cui non condividesse credenze e modi di essere al mondo. Neanche lo immagino pensare di farlo con chi è già raggiunto da morte.

mercoledì 19 ottobre 2011

Peter Pan: i giovani hanno anche il coraggio di restare svegli

I giovani hanno l’umiltà di vivere. Il senso è nell’inconfessabilità delle paure e dei vizi.
C’è bisogno di grande aiuto e sostegno, perché il fallimento non cercato porta allo sgomento.
Si dicono cose giuste quando non si dà peso a se stessi.
“Lasciate le vostre case e andate per il mondo a edificare castelli di carta!”. “La carta non si ricicla in certe zone della terra”.
Ogn’uno pensi  ai suoi giochi e non rimpianga la capanna dei vecchi.
I vecchi hanno la noia di vivere.  Guardate dentro la stanza dei vostri genitori, c’è qualcuno che ha affetto da vendere. Vietate il traffico di sguardi imploranti.
I giovani sono figli. Padri mancati sono alla stregua di bambini.
Non piangano le madri al cenno della corifea.
Non è un esercizio vivere. Neanche è una passione. A volte è conflitto. Tragica ossessione. Paura dell’aereo.
Non sempre i deliri hanno terapia clinica, spesso basta una carezza. Certe volte le mamme urlano. E’ anche questo amore.
I giovani si tengono per mano. Ne hanno desiderio, quando viene a mancare la stretta di un amico. I giovani si amano e hanno aperto i lucchetti di Moccia, gettate nel fiume le promesse: è un'emozione da vivere domani la promessa.
I giovani si parlano a modo loro. Ma chi non ha un suo modo di dire? Tutti si parlano a modo loro.
I giovani hanno tempo per essere.  E’ questa la novità che fa sospirare.
I giovani non dicono bugie perché non credono alle fate.
"Peter Pan è troppo furbo!". "Io sono Capitan Uncino!" si oppone la bambina, che gioca con i sogni nascosti dentro al grembiulino.
"Non piangere piccolina, adesso sei grande".
"Sì, lo so" risponde la bambina. E si addormenta placidamente, tra le braccia forti del nonno, che resistono allo sforzo della gravità, spavento che appesantisce e rende inconsistente la volontà.
Nelle tasche di chi non ha ricchezze ci sono tesori unici, che si consumano nei giorni di festa. Non è festa ogni giorno. Si chiede solo quando è festa.
"Vivi come se non avessi niente!"
Sospira la bambina e sogna, tanto non le serve niente.
C'è chi non dorme perché non si dà pace. Ai giovani non accade spesso, a qualcuno succede, perché vuol diventare grande in un istante.
Dorme la bambina, perché anche nelle lotte tra bene e male vince ciò che è giusto. La bambina lo sa: "Non me l'ha detto nessuno".
Lo sa per un presagio misterioso che le suggerisce il destino.
"Il destino non c'é!" gli altri non lo sanno. "Se vuoi continua tu. Puoi farlo perché non sei un clown. I clown scherzano. Questo almeno lo sai?"
I giovani hanno i sogni che continuano anche il mattino dopo. Speranze che non si infrangono. Certezze che hanno il fascino dell'autunno. E' un ciclo, siate fiduciosi. Non si arresta il moto perpetuo del cuore.