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venerdì 14 novembre 2014

Instabilità

L'indignazione vera porta al sovvertimento degli equilibri.
Si prova a tentare la sorte con delle definizioni, che sono pura sconfitta.
Tu vivi per te!
"Tu per chi vivi?"
Io vivo per te.
"Non è vero!"
"E' vero, Ma tu non puoi riconoscere una verità tanto umiliante. Ti fa sentire come sei: molto piccolo..."
Un cane vive solo per il padrone.
I lupi in branco.
Gli uomini-lupo vivono come morti di fame.
Non verrà mai la fine del mondo. C'è una stupidità diffusa che non ha modo di coglierne i segnali.
C'è sempre una luce accesa all'ultimo piano della casa di fronte. E' un incubo. E' un richiamo che fa venire le vertigini.
"Non mi stenderò più sotto un albero."
C'è acqua e fango ovunque.
Se conosceste il sapore del declino vi lascereste convincere a non essere invidiosi.
Peccato era una buona occasione per conoscersi. Non ci sarà una prossima volta. Non è sempre prevista un'altra occasione.
Con quel cappello in testa mi sembri uno che ha problemi di capelli.
"E' la testa che non trova più copertura adeguata."
Ci si veste da pagliacci per prendere in giro chi ci guarda.
Anche chi non vede coglie un alone di verità. E' una percezione che porta nel mondo dei conflitti interiori: mentali.
Vestono male guardie giurate e certi cantanti del nord Italia. Alcuni sembrano scampati a tragedie ambientali che portano all'estinzione.
"Le Iene" lo guardano chi non ha rinnovato l'abbonamento a Sky.
"Con quello che costa!"
"Minaccia la disdetta. Ti propongono subito altre condizioni."
"Taci, per favore. Mi sembri un mendicante."
"Ma davvero!" trattiene lo stupore. "C'è da risparmiare un botto di soldi!"
"Ma quanto guadagni, coglione? Piangi per dieci euro in più o in meno?"
"Non ti rispondo."
Il vento non è mai di novità. E' scompiglio.
"Che pulisce l'aria."
In montagna l'aria è pulita.
"Una volta. Adesso è un delirio con le concentrazioni dei gas serra in aumento."
"Non mangerò più pomodori."
Spero che ritorni la bellezza perduta.
Non sarà capita, con lo sfacelo che ha creato il pessimo gusto.
"Non comprerò più cappellini. Mi hanno stufato. da oggi indosso solo giacche e cravatte."
I colori non sono indice di gioia. Sono l'esito della fine.
"Prima poi doveva capitare!"








giovedì 13 novembre 2014

Un'altra volta

Un'altra volta arriverà. Con le mani dietro il maglione. Lo sguardo appena socchiuso.
Metterà in mostra la pelle dei rospi, che sono usciti allo scoperto con tutta questa pioggia.
Non avremo pace finché ci saranno cattivi pensieri.
Solo le paure saranno un segnale di vitalità.
Un allarme toccherà in sorte ad ogn'uno, per avere sveglia la mente.
Scenderanno ancora a litigare per un pezzo di pane quei quattro figli di Eva, prima di lasciare campo libero alle spire di Pitone.
Il diluvio non è minaccia celeste!
E' la sete della terra che si affanna per ritrovare un equilibrio compromesso.
Non fate in modo di essere parte politica.
La politica non coinvolge il corpo. Occupa le mani di pochi.
Il resto del corpo è occupato in lezioni di maldicenza.
Resteremo da soli a guardare il tramonto.
L'alba è tramontata prima di sorgere.

martedì 11 novembre 2014

Non è finita

Le parole sono il frutto di una cattiva digestione. Si fanno gemito e dolore che non passa.
Se anche le parole fossero delicate sarebbe meno faticoso ascoltarle.
Non ci si ascolta più perché non c'è niente di genuino da raccontarsi. Ci raccontiamo le notizie dei telegiornali. Il Fatto Quotidiano e La 7 sono alla portata di mouse.
Se ti chiedessi: che cosa vorresti per Natale come regalo? Conosco già la risposta.
"Mi fai schifo e pena! Basta, davvero! Non avrai niente del genere da me! Scordatelo!"
Poi mi metto l'animo in pace e mi ascolto la partita alla radio. Tu fingi di leggere. Anzi, leggi.
Che stranezza la parola scritta. E' così disinvolta di questi tempi che neanche sembra di avere tra le mani un libro.
"Che cosa sembra?"
Lasciamo stare, va.
I libri avevano degli spunti. Erano scritti da scrittori.
Adesso li scrivono i calciatori e i malati terminali. Sono storie vere, però.
Io cerco storie create da menti brillanti. Le storie si vivono o si contemplano aprendo il cuore alle vite degli altri.
Le storie vere devono essere ideali, se no sono storie vere ma senza senso.
"Io ho una vita incredibile da scrivere!"
Conosco vite incredibili che non sono mai state scritte.
Socrate non ha mai scritto niente.
La trasmissione orale era dominio dei sapienti e dei ciechi.
Ora sapienti e ciechi scrivono storie per disadattati. Sono i nuovi confini della letteratura.
Ah, c'è chi adora qualcuno che gli dà emozione. Odia le storie troppo commoventi. Tiene lontano da sé gli sbirri. Non apre la porta ai Testimoni di Geova. Apre le gambe per prendere aria d'estate. D'inverno le tiene chiuse. Non si fida del freddo e degli sconosciuti.
I libri raccontano storie.
Bisogna saper raccontare.
Qual è il segreto?
"Tappatevi il naso"" Si dice così. "Tappatevi le orecchie!" Si diceva così. "Tappatevi quel che volete," non si dice ma ci si rode dentro.
Un libro di storia racconta la vita di Berlusconi.
Un libro di religione, la vita di Gesù.
Un libro di storia dell'arte, di san Sebastiano e la Sacra Famiglia.
Come rimpiango le città di mare. Le città di montagna mi mettono ansia.
"Ci sono poche città in montagna. I paesini di montagna sono carini."
Viene voglia di scomparire e non incontrare nessuno.
Lo fanno gli ipocriti, i poveri di spirito e i malati di cuore.
Prima bisogna liberarsi dei miti. Poi dei fantasmi, delle credenze stupide e degli uomini che credono di essere furbi.
Le donne sono fuori da ogni giudizio.
Per ora è così.
Anche se non c'è da prendere seriamente teorie che propalano differenze evidenti tra uomini e donne.
Ognuno porta in giro la sua figura.
Certe volte è talmente evidente che non è una figura da emulare.
Poveri gatti che diventano matti col vento. Cambiano una consonante, ma il disagio e profondo.
Mi viene voglia di tornare indietro nel tempo.
Platone era uno che mescolava volontà, desiderio e passione.
E' sempre bello avere un amico, anche per chi non crede nell'amicizia.
Da quanto tempo si combattono guerre.
Non è finita.



giovedì 6 novembre 2014

Novembre 2

Si può leggere anche al contrario, prima il numero e poi il nome. Il numero due del titolo è solo successione, rispetto a un titolo precedente che porta semplicemente il nome "Novembre".
Letto al contrario c'è un'intima verità, di un giorno che mi ha sempre accompagnato in tutta la vita. Me ne sono dimenticato, a volte, ma puntualmente a Novembre è tornato il sussurro di una voce che si è fusa a quella di chi mi manca da tanto e da sempre. Si è fusa ai loro sguardi, che vedo riflessi da sempre nelle cose celesti, nel sole, nel cielo terso, nelle nuvole bianche sospese sul niente, nelle cime dei monti, sulle brezze nervose dell'aria sopra i campi di grano, nel freddo degli inverni senza elettricità. 
Le carezze di mia madre sono state sentimento puro! Non egoismo, speranza di un figlio migliore degli altri. Niente di così sciagurato. Sono state trasporto, gentilezza, bellezza. Amore di un'alba di Dio. Sogni di primavera. Cataplasmi invernali. Affanno. Sussurri per vincere la solitudine, e la paura dei morti.
"I morti non fanno paura! fanno paura i vivi! Certi vivi!" la incoraggiava mio padre, col suo tono gentile da uomo di terra.
"Lo so" sorrideva lei. Sospirava, appena sollevata, ma con il dubbio su quelle paure che teneva per sé, nascoste e segrete.
Il giorno dei morti è il giorno del dolore di chi sopravvive a una tempesta. Il ricordo della bellezza di uno sguardo, di una voce, di un telefono che squilla.
"Come stai, figlio mio?" il sussurro e l'affanno, per una lontananza inaccettabile. "Cosa fai in quel mondo lontano? Eserciti il bene prima di ogni altro egoismo, piacere, desiderio? Il bene degli altri è il tuo sono la stessa cosa. Tu lo sai, te l'ho insegnato io. Te l'ha insegnato tuo padre e tutta quella gente che adesso è dentro i tuoi ricordi. Perché adesso sai cosa hanno significato quelle vite misere che t'hanno accarezzato, sorpreso, cercato, assalito con le loro urla terribili, rivolte al Signore, forti per farti sentire. Uccidono i silenzi, figlio mio! Uccidono i sussurri malvagi, gli sguardi spenti che scrutano di nascosto alimentando sentimenti perversi. Chi urla non uccide, molto spesso è ucciso da chi cerca un pretesto!"
"Va bene," rispondevo a mia madre, con la delicatezza nascosta nei miei vent'anni. "Sto bene, non ripetermi le cose che so!" 
"Non dirmi quello che devo fare io!" sospirava, con le sue paure trattenute, per sé e soprattutto per me che ero in quel mondo infinitamente lontano dal suo, dal nostro. "Continua a rispondermi e basta, fallo nel modo migliore, più onesto e più vero, e togli ogni dubbio, per quanto possa essere concesso alle tue parole e facoltà, alle mie domande e preoccupazioni." Quindi restava in silenzio, aspettando vigile un'altra risposta da me che avrebbe scomposto e ricomposto secondo la sua forma migliore di giudizio.
"Va bene," scuotevo la testa, anche se al telefono non si poteva vedere. "Ti voglio bene! Va bene?"
"No, non va bene!" reagiva, tra sé, apprezzando però quel bene e la sua dimostrazione. "E' il tono che dà senso alle cose! Anche al bene!"
Sapevo che aveva ragione, e voleva dimostrarmelo. Le rispondevo di sì, per negarle ragione e spiegazioni.
Ovviamente continuava e imponeva il suo ordine logico, che io, figlio suo, a volte lasciavo correre e altre volte attaccavo per la confidenza dei discorsi. "Va bene, mamma! Va bene, così! Ti prego, non esasperare la nostra distanza!" 
Era il mondo che ci divideva, noi lo sapevamo. E mia madre non perdeva occasione di ricordarmi di risparmiare le lacrime per il giorno in cui non avrei potuto dirle più niente. Sorrideva, stranamente, quando voleva mettermi in difficoltà. Intimamente la difficoltà era sua, con tutte le paure di sempre che tratteneva.
Quel tempo di piangere è arrivato all'improvviso. E' arrivato un giorno di ottobre. Silenzio e pianto non si risparmiano quando il cuore è in subbuglio. Non è una regola. E' un sentimento. Accade negli animi addolorati. Non tutti gli animi si addolorano.
Mia madre tornava sempre con un gran sospiro a casa, dopo aver fatto visita a qualcuno che aveva avuto un lutto in famiglia. Sospirava e lo sguardo si segnava di una ferita e di uno smarrimento.
A novembre sospirava per i suoi parenti morti. E pregava con un sorriso di dolcezza, gli occhi aperti di benevolenza. Il cimitero del paese è posto sopra un promontorio, e a novembre tira sempre un forte vento. Mia madre si avvolgeva nel suo scialle, e correva giù per la discesa di sassi e cardi. Mi tirava per la mano, quando andavo da piccolo con lei. Sembrava che volesse farmi conoscere i nonni che non avevo conosciuto bene. Mi stringeva forte in un abbraccio e sospirava, piangendo e sorridendo, come per un inizio e un addio.
Il due novembre girano tante macchine sempre intorno a quel cimitero posto sul promontorio. Ed il vento è ancora forte. 
Vorrei essere tanto insieme a lei. Vorrei prenderle la mano, farmi trascinare, sussurrare preghiere e piangere.
"Non piangere," mi diceva, quando si fermava davanti alla lapide dei nonni. "Non piangere".
"Sì, sì," sospiravo, senza capire allora. "Non piango" dicevo, tra me e me, soffiando nel petto di bambino.
Non piango madre mia. Non piango. Anche se non è sempre così facile sopravvivere al dolore. 
Il vento soffia ancora sopra il promontorio. 
Ci sono gli occhi addolorati di una madre che sorridono. Mancano gli occhi del figlio, che trattiene l'affanno in un mondo che non è più né lontano né vicino da te. E' un mondo senza pianti e senza sospiri, perché non riesce ad esprimerli.
Aspettami madre, verrò da te. Fuggendo da questo mondo di cartone e di plastica. Aspettami, madre. Scusa se non ho sempre tempo. Guardami ancora, come sempre. Sì, ti stringo la mano. Tu stringimi a te, e non smettere di guardarmi.

mercoledì 5 novembre 2014

Preghiera di Novembre

Eccoli chiedere di  far cambio con le loro sciagure.
Facce sfigurate, occhi pieni di veleno, senza pace: ti cercano per  dirti che sono buoni: “Non è come sembra. E’ un malessere passeggero. Mi dici qualcosa?”
“No, non ti dico più niente! Anche le parole sono un furto per uno che chiede.”
“Ma che cosa dici? Come ti permetti?” si agita, dando sfogo ai pensieri peggiori, mai trattenuti completamente: neanche nei momenti di stima. La stima serve per mettersi a ballare insieme. 
“Ma mi lasci in pace!? Te ne vai a fanculo!?” segue la reazione non voluta, ma la più opportuna.
L’animo è ferito dalla violenza, perché la finta gentilezza è un reato perseguito dalla legge. La gentilezza è in un cuore senza peccato.
Il peccato è all’origine, al di là delle manifestazioni.
“Sii più semplice ed esplicito!” storce la bocca la cattiveria, che non sa di essere allo scoperto, dopo le tante occasioni ricevute per non sbagliare. L’ultima volta è stata deplorevole: ha pianto, senza saperlo fare.
“Come può versar lacrime chi non ama gli altri? Piange per sé! E’ l’unico male che l’affligge.”
Il male è sempre alla ricerca di bene.
Anche il bene ricerca il bene.
Il male è sempre fuori dalle corse dei peccatori verso la redenzione. Il male cerca di confondersi tra la folla. A volte riesce bene nel travestimento. Poi però si manifesta nelle azioni terribili, nel tremore delle sue mani che faticano a dare un po’ di pane, nella bocca che non respira se un amore è pieno di beltà. L’amore è perverso quando chiede di essere errore. Quando è monotonia è bontà!
Soffia di nascosto la rabbia la cattiveria, che si accorge di non avere chances: quando l’amore l’ha battuta.
“Non ridete, facendo la parodia del potere! Siete  insulto all’umanità anche quando parlate di bene! Il vostro bene è cercare di stare al posto di chi gode da solo di un privilegio!”
Il bene si dimostra, e si realizza quando è povertà: piacere più che condizione primigenia della vita.
“San Francesco mi guidi! I martiri di ogni guerra siano compagni di viaggio verso la povertà e l’umiliazione!”
L’umiliazione è perversione quando è richiamo. E’ una forma di mascheramento della cattiveria, che avvicina a sé il gesto della bontà.
E’ bene allontanare ogni insulto! Siamo nati per vivere, soffrire o godere è indifferente se il risultato è la cura dell’anima. L’anima non vive di piaceri corporali. La carne è lussuriosa e brama piacere. La carne è propria di un uomo piccolo. L’anima è nei santi e nei martiri.
“Ridete! Ridete! Sono dimenticati uomini di potere come Temistocle e Cimone! Pericle è rimasto nel cuore degli studenti giudiziosi! Le lauree rendono ipocriti chi non è compassionevole verso i miseri! I Potenti non esistono se non scelgono. Se decidono per accontentare chi minaccia di lasciarli soli suscitano compassione come i miseri di cui si illudono di essere capi!”
E’ libero colui che vive lontano dai clamori di chi per errore è considerato potente! Potente si crede anche chi ha semplicemente un lavoro di sciacquino al servizio della dimenticanza! Psammetico sapete chi è? E Psammenito? Erodoto è rimasto nelle coscienze dei lettori! I potenti che ha descritto sono fastidio di una memoria che non regge!
Siamo ancora a novembre, anche se l’aria odora di cadaveri putrefatti .
La cattiveria teme per sé, sperando che non succeda nulla alla sua carne, alla sua ricchezza, alla sua casa, alla sua bramosia.
I miseri piangono e accolgono il dolore che trova compiutezza e pace  nelle suppliche e nelle preghiere.

sabato 1 novembre 2014

Il tempo, primo e secondo.

Dov'è finito quell'odore di case abitate da persone di carne e sentimenti? 
Dove sono quegli sguardi che non nascondevano l'esito del superamento della miseria individuale? Sguardi genuini che sapevano di festa e di gioia ma anche di speranze e di fallimenti accettati, di attese e novità sempre uguali, tinte di fumo e di nebbie. 
"Il tempo  passa sui resti di vite immobili."
A novembre faceva caldo nei giorni di semina. Solo la sera l'umidità si sentiva sulla testa e sotto i Loden che erano comparsi al crepuscolo e avevano infestato le vie del paese, senza dare il tempo a nessuno di comprendere l'inutilità di quelle forme colorate di grigio e di verde. Più tardi intervenne il più elegante azzurro, testimoniato dai ricordi dei sopravvissuti e dalle foto sigillate nei cassetti.
Lo spavento arrivò in primavera, per quell'inverno che cancellò le differenze tra generazioni diverse, in cui vecchi e giovani si trovarono insieme ad esibire quel lungo solco nella stoffa che partiva dalle spalle e terminava proprio in mezzo alle gambe, al di sotto delle ginocchia. 
In primavera, quell'inaccettabile conformismo venne rotto dai ragazzi che spaventati presero quelle spalline tese, quelle maniche chiuse da bottoni di lattice marrone e le lanciarono giù per le colline colorate di erba e di margherite. Uscirono di casa coi jeans rotti, strappati, collanine d'osso al collo e camicie di tela indiana riaccendendo le tensioni con i vecchi che non accettarono e non compresero quell'allontanamento e quella contrapposizione. Continuarono a esibire per molto tempo i loro cappotti di lana verde e grigia come forma di protesta contro la spavalderia e l'inganno dei loro figli. D'altra parte erano stati proprio i figli a convincere loro di rinunciare al vecchio pastrano di famiglia per passare a quei colori e quelle forme che li avrebbero resi più eleganti e moderni. 
Adesso li contestavano. Ma loro non erano abituati ai cambiamenti continui. Adesso l'eleganza era diventata una loro necessità. E certamente avrebbero combattuto perché non entrasse nel costume del paese la collana d'osso e la camicia di tela indiana. Un eccesso di quel genere non poteva passare impunito.
Dopo anni di dispute furono i vecchi a cedere a quell'altra novità dei figli mentre questi erano passati a un altro modo di mettersi in mostra. Avevano cominciato a girare coi pantaloni abbassati, le mutande ben in evidenza, le collane erano cresciute sul petto. Sulla bocca nessuna parola che avesse significato. Sputi. Sputi ovunque. Resti di persone che lasciavano tracce dei loro resti di umanità ovunque passassero.
I vecchi rinunciarono a questo punto a qualsiasi confronto, anche perché molti erano caduti, periti, negli anni. La lotta si era fatta impari. I figli avevano anche lasciato il paese. 
Ora vagano in luoghi sconosciuti perdendo pezzi di sé, dopo aver seppellito pezzi di memoria.
"Ma io mi realizzo come voglio!" vanno gridando una ragione che sembra li appaghi, anche se avvertono un disagio interiore come di infelicità. "Ma io mi realizzo come voglio!" continuano a morire nel vuoto che li conquista.
Un vecchio che non indossa uniformi di nessun tipo, che neanche dà significati a collane e pantaloni abbassati tende la mano a qualche ragazzo che lo avvicina. Entrambi nascondono da qualche parte paure che non permettono loro di sentirsi padre e figlio.
"Molti padri hanno sbagliato da allora", si ode come un mormorio. "Molti figli si realizzano come vogliono".
Le cose iniziano e finiscono. A volte finiscono prima di iniziare, quando si è appena accennato a un movimento in un senso. 
Le verità non sono mai assolute.  A volte sono immagini, altre volte sono dolore e silenzio quando non sono leggerezza e insidia. 
Si vive di incertezze che lasciano spazi di amarezza e inquietudine. Non sempre, però. 
Non sempre.
Pare che ci sia una festa da qualche parte. Non ci sono uniformi da indossare. Vince chi sa parlare. Non  c'è neanche un tema da sviluppare. Si parla di sé, se si vuole. Vince chi non fa ridere.
"Non sempre, però!".
Si può anche far ridere, si vince lo stesso. Bisogna esser veri, però. 

sabato 25 ottobre 2014

Wish you were here

Non si vincono premi in questo momento. Il parco giochi ha chiuso. Dovete uscire o pagare il conto.
Avete preso quando vi è stato dato senza discriminarvi, adesso si discrimina. Anzi, siete voi stessi che create le condizioni per farvi discriminare. 
Discriminare ha a che fare con il giudizio e con le differenze. Il giudizio è proprio l'esito della facoltà della ragione che discerne e separa, differisce, colloca nello spazio e nel tempo ombre e dolori. 
Cani e castagne sono l'anima del mondo. I cani sono sempre uguali a se stessi, le castagne sono divenire dal fiore e dalle stagioni, secondo le condizioni di caldo e di freddo.
Voi non fate né caldo e né freddo, non odorate di fiore  e neanche di rose. Non avete bellezza di sguardo di cani, né affetto e gentilezza di cuore di cane.
Siete nemici della ragione e le differenze le create normalmente nella vostra mente priva di immaginazione, dove tutto è separazione e distacco. 
L'amore è mistero che offusca la mente; e la carne si contorce dal dolore. Come vorrei che tu fossi qui: "Wish you were here". Mi sembra che suoni così, che canti così quel desiderio anglosassone di volere qualcuno con sè! 
E' un  desiderio che sale con la musica nel cuore e nell'anima, mentre intorno si fa sera, gelo e tempesta. "Wish you were here!" Piange la terra. "Wish you were here", non ce la faccio a stare senza di te. "Wish you were here" c'è una rabbia che mi tormenta e mi assale, mi uccide e mi lascia per terra. "Wish you were here" è la fine di un incubo, che non viene colta come liberazione ma come disperazione.
Non si può cambiare canzone quando il cuore è prigioniero dell'incubo. La Felicità neanche la sente come canzone chi ha voglia di morire per un amore che non c'è più. Bisogna lasciarsi trafiggere da Dalida, "C'est fini la comedie" o meglio ancora da un tempo lontano "Lontano lontano" del suo amore Luigi Tenco che non ha retto alla banalità del vivere così tanto per vivere.
How I wish, how I wish you were here./ We're just two lost souls swimming in a fish bowl,/ year after year, / running over the same old ground. What have we found? /  The same old fears, / wish you were here.//.
Non è l'inglese che rende meno grave il desiderio di colei che chiede, consapevole della sconfitta , della negazione e dell'abbandono. 
"Wish you were here" è la consolazione di chi è già sconfitto. "Wish you were here" e la desolazione di chi è già vinto dalla solitudine e dalla frustrazione del rimpianto, che si fa rabbia, pianto e maledizione.
Vedere il cantante vecchio e coi capelli bianchi è l'immagine della fine di un'epoca di speranze e desideri.
Sul palco adesso è salito chi vuol cantare, senza sapere che cantare vuol dire: Oh, quanto vorrei che tu fossi qui con me. Quanto ti vorrei, amore mio. Quanto mi manchi amore di sempre, che avrei voluto con me sempre, a cui avrei voluto stare vicino sempre, per lasciarmi accarezzare teneramente, lasciarmi cullare dal ritmo del suo respiro, per il piacere definitivo di dormirgli sul petto. 
Poi sospira, e accetta malinconicamente quella lontananza, come un'amarezza, come una sconfitta.
Galli e amarene appartengono all'estate. I galli sono sempre uguali a se stessi, ma una volta regnavano sulle aie estive, tra i covoni di grano pronti per la trebbiatura, con il loro canto sonoro tra l'oro delle spighe e l'azzurro di sfondo del cielo pieno di promesse e sogni da realizzare, rinviando a domani le partenze.
"Wish you were here" è il dolore per quelle estati che non verranno più. I galli sono stati ingabbiati dentro "batterie" di capannoni gelidi, senza sole, illuminati solo da una luce artificiale tecnologicamente testata.
How I wish, how I wish you were here./ We're just two lost souls swimming in a fish bowl,/ year after year, / running over the same old ground. What have we found? /  The same old fears, / wish you were here//.
Non piangere, amore mio. Se parto lo faccio solo per il mio bene, è questo che so fare adesso che non ho più piacere che tu ti addormenti sul mio petto. E i miei sospiri non reggono lo sforzo del tuo respiro che si fa caldo e pesante. I don't wish you were here. Con tutto il resto della strofa resa negativa, con tutte le regole assurde di una lingua assurda di un paese assurdo che galleggia in mezzo all'Oceano, di fronte alla Francia. Di cui ci sarebbe da dire tanto, anche di quest'altro paese, adesso che si avvicinano le elezioni. Ma lasciamo perdere: Je ne voudrai pas etre rien que ce-lui que je suis. Con tutte le mie sconfitte e le mie paure che un giorno un angelo verrà a togliermi e mi conforterà con la sua luce di un sole che tornerà a brillare. E troverò un petto su cui potermi addormentare, mani da stringere, labbra da baciare, occhi pieni di bellezza e di gioia da contemplare. 

domenica 7 settembre 2014

I lupi

Una considerazione che atterrisce riguarda un aspetto delle persone che ci vivono intorno ogni giorno, in ogni luogo, appartenenti a ogni ceto. Tra loro hanno in comune un’ignoranza incolmabile, un’incapacità di essere del mondo parte di tutto. Vivono come singoli atomi di una galassia che ruota intorno a se stessi. Hanno un’umanità disposta alla disperante ricerca di soldi, scatenando rabbia, dolore, solitudini disperanti. I soldi sono il loro delirio: li bramano, li desiderano, li sognano. Se si cerca di immaginarli nelle loro intenzioni profonde si rimane raggelati di fronte allo spettacolo di un’intimità fatta di vuoto, di silenzi parossistici, di fremiti di follia, di volontà di imporsi su tutti, con la forza del denaro.
Anche con moglie e figli, che andrebbero tutelati da mostruosità provenienti dall’esterno, impongono la stessa follia, scatenando lotte suicide dell’uno contro tutti. Che famiglie possono creare essere-essenti tanto lontani dalla virtù ideale dell’uomo? Non vale neanche la pena di cercare che si ricordino virtù tanto rare nella loro bellezza, che appartengono a un altro mondo, per questo motivo ideali.
L’ideale va cercato nello Spirito  che anima tutte le cose. Ma attualmente, un’umanità tanto squallida ha fatto in modo che nelle cose del mondo non trovasse ragione lo Spirito di bellezza che testimonia la gloria dell’Uomo. A questo punto c’è chi si scaglia contro gli arabi, i musulmani, contro russi e ucraini, indistintamente. C’è chi aggredisce verbalmente, per ora, la laboriosità dei cinesi. Poi si spara su un ragazzo e lo si uccide. E anche qui c’è chi attacca perché non ha rispettato la legge.
Sono tutte sentenze contro la vita. Sono esperienze di vita di chi ha perso il bisogno dell’uomo di essere parte di un tutto riconoscibile, a cui ci si rivolge con rispetto nei momenti di necessità. Si chiamava preghiera questo rispetto nei popoli antichi, in tutti i popoli
La gente che vive per i soldi, non quel bene necessario alla sopravvivenza, è una minaccia sostanziale di questo mondo. Non c’è riparo per chi mira alle altezze di un essere virtuoso e felice. Virtù e felicità sono gradi dello stesso stato dell’anima. Speranze di un altro mondo, che è pienezza di sguardo.

Che infelicità procura la consapevolezza di vivere in mezzo ai lupi.

venerdì 25 luglio 2014

Le parole silenziose in un giorno di festa: ripensando ai martiri dell'umanità violentata da credenze personali

Nel deserto o sui monti l'effetto è lo stesso: l'isolamento. La spinta a questa ricerca è la lontananza, che equivale alla dimenticanza. La dimenticanza non è necessità di tutti. Un essere mostruoso non dimentica. Un perverso avrebbe bisogno di lontananza.
Chi ha subito il male vero non si vendica con altro male da far subire ad altri. Si vendica chi è vittima delle sue follie: il caso di quell'omicida giovane, folle ed esaltato di Oslo è stato eclatante.
Gelosia e perversione sono la stessa malattia: l'idea che si ha di sé; pretendendo che gli altri siano a loro disposizione, come piace a loro, come, quando e quanto piace a loro.
Questo mondo fa pena e spavento perché è affollato di chi ha bisogno di considerazione. E' una pretesa che crea tensione, quando non crea rabbia e violenza.
Come si fa a spegnere facebook? Si può sapere?
Bisogna prendere le distanze dai violenti. I violenti sono "cose" travestite da persone, che come tutte le cose tremano di fronte all'umanità reale; mentre si esaltano "condividendo" pagine di cose inutili.
I violenti sono in gruppo; infatti la violenza di gruppo è "rivoluzione", una volta, adesso è appena "perversione".
I violenti sono ignoranti, eccezionalmente, per reazione; mentre i colti sono violenti per presunzione.
La cultura oggi non esiste, appena si riesce a dire qualcosa di scontato senza rischiare di essere frainteso. La cultura di oggi è il piacere dell'insulto e dell'offesa che sfocia in delirio: il caso di Oslo è eclatante. Chi crede che gli zingari siano pericolosi, per me, è violentissimo, anche se ha studiato molto nella sua vita. Inutilmente, viste le conclusioni del suo pensiero. Chi crede che i comunisti esistano ancora è violentissimo, per me, anche se ha appena la seconda media. Chi violenta sua moglie è violento, per me, anche se è dirigente delle Poste. Le Poste non c'entrano con la violenza, sono gli uomini che abusano di potere. Andrebbero smascherate le violenze coniugali prima che portino al martirio di innocenti. Chi si assolve in ogni caso è violento, per me, anche se non dice la verità.
Violento non è chi confessa le sue colpe: lo è stato, prima di sentirsi stringere da rimorsi terrificanti.
C'è chi abusa di un piccolo potere con il piacere perverso di far male al prossimo: è uccidere anche questo! Ho visto controllori di aziende di trasporto urbano sorridere mentre facevano la multa a ragazzini in lacrime che, pur avendo il biglietto, non erano riusciti a timbrarlo per il troppo affollamento. Ho visto vigili nascosti per assalire alle spalle macchine lasciate per un attimo in sosta davanti a un ospedale o una farmacia. Ho visto maestri rispondere con dei versi simili ad armenti oziosi a ragazzini che li salutavano con gentilezza ed emozione. Ho visto pregare bambini sotto lo sguardo perverso di qualcuno in ombra. Ho visto donne mettere in croce amanti più giovani. Ho visto amanti giovani ossessionare mogli che hanno ceduto per errore e debolezza a seduzioni che hanno ripudiato appena in tempo per non eccedere nella colpa.
"Ci sono solo due specie di uomini," ricordo la riflessione di Blaise Pascal, "gli uni giusti che si credono peccatori; e gli altri peccatori che si credono giusti".
Le troppe parole condivise fanno male per chi non conosce la distanza e il silenzio. Inutile è anche il ricordo della bellezza se la violenza domina. La legge di Dio e la legge degli uomini, così come la condanna della coscienza è la condanna di sé.
Le colpe del prossimo non assolvono i violenti.

giovedì 24 luglio 2014

Inesplorati orizzonti: Curvy!



Finalmente! Dopo la notizia sconfessata della separazione tra Pascale e Silvio e Berlusconi l’altra novità di forte impatto emotivo sul cuore dei cardiopatici di tutto il mondo è la presenza sul calendario Pirelli della modella in carne: “Curvy”!
La si trova dappertutto sui titoli dei giornali, sul web, in posta, sotto la copertina di messaggi online che lampeggiano annunciando  una vincita favolosa e anche su quelle truffe evidenti in cui si è avvisati di confermare i dati della carta di credito altrimenti sarà bloccata. Non interessa sapere a nessuno che neanche sei possessore di carta di credito, importante è che confermi i dati e ti sia di conforto sapere che Curvy è sul calendario Pirelli: “Per la prima volta!”.
Caspita che sorpresa, chi l’avrebbe mai detto!
D’ora in poi inizia un attacco deciso alla magrezza, a un modello che ha elevato a culto il piacere delle ossa prominenti sotto uno strato sottile di pelle. Si ritorna al mito del grasso di deposito nei punti giusti: cosce, fianchi e glutei.
Il calendario Pirelli ha capito prima di tutti che è cambiata l’aria, sono mutati il vento e l’orizzonte! Il calendario Pirelli ha lanciato la sfida! Per la prima volta in mezzo ai numeri e al nome dei giorni trionfa la carne e il grasso di Curvy! Finalmente! Era da tempo che il mondo intero stava aspettando una rivoluzione di questo tipo.
Anche la televisione ha dedicato una rubrica di approfondimento sulla vita della modella. Hanno documentato i suoi passi nel centro città, forse a Manhattan, e l’hanno ripresa in primo piano quando ha sorriso, quando è scesa lungo le scale di un pendio di cemento. E finalmente quando è entrata nella porta-vetro della sua agenzia.
Tutto molto toccante!
La Repubblica è uscito con questo titolo su R.it spettacoli: “Candice  Huffine, 90 chili di bellezza, la prima modella curvy sul calendario Pirelli!”
Un vero ideale di bellezza classica, in cui è riconoscibile l’intenzione di rimandare a Giunone e alla Grecia!
Tutto grazie al calendario Pirelli! E’ bene ricordarlo! Come fa giustamente la Repubblica, ma anche il Corriere esce con un titolo, più sintetico: “Candice  Huffine, la prima top model curvy sul calendario Pirelli!”.
Un esempio di democrazia vera che redime milioni di donne e, indirettamente, anche di uomini, che sono stati puntualmente additati e discriminati subendo veri e propri attacchi mediatici! Una realtà insopportabile! Non ultimo l’attacco di Travaglio a Ferrara, verso il quale puntualmente non manca chi si scagli per ricordargli questa sua normale espressione della carne! E’ carne umana, con un metabolismo in grado di accumulare gasso! Può piacere o non piacere, questo è il risultato!
Ma da oggi c’è Curvy! Il calendario Pirelli ce la propone, “Per la prima volta!”. Finalmente! Sarà l’inizio di una nuova epoca, come annunciano i mezzi di stampa! Che liberazione! Basta con diete, ginnastica, palestre e soprattutto marciapiedi e parchi delle città! Non ci sarà più nessuno la mattina all’alba ad affannarsi in rincorse asfissianti, con quei passettini corti e stanchi, evidenti soprattutto in anziani che sembrano moribondi! Finalmente potranno starsene a letto e gozzovigliare, con foie gras, lardo di Colonnata e di Arnad, lasagne con uova sode e mortadella, saltimbocca al burro e scarpette varie. Tutte novità che renderanno bellezza al corpo di chi potrà finalmente evitare quelle corse inutili contro il tempo. I bambini potranno giocare in pace tra scivoli e altalene del parchetto di fronte casa propria o quella dell’amico di scuola materna senza essere disturbati dall’affanno di chi è prossimo a emettere l’ultimo respiro.
Si apre un'altra era. Meno male! L’alba della quale sarà visibile su un calendario con le forme di una modella curvy. E’ probabile che disdegnerà anche pose osée, attaccata con il petto a scogli bagnati, immersa a testa in giù nell’acqua di uno stagno tra ninfee e tramonti paradisiaci. Curvy magari prediligerà tavole apparecchiate e lettoni carichi di cesti di uva e porchette, immagine della classicità romana. “Rosalina, Rosalina / a me piaci grassottina/ ma quando è sera, sera/ ti sento masticare. /
Amore mio ti voglio bene come sei/ sei eccitante al punto che ti sposerei / novanta chili di libidine e bonta’/ e poi vedrai, un po’ di moto ti aiutera’…”.
Forse c’ qualche indecisione nei versi della canzone, prima gli piace e poi le consiglia del moto. Magari la corsa. Ovviamente erano altri tempi quando la canzone è stata incisa.

Ma con Curvy ogni dubbio sarà superato! Giornali, tv, blogger e blog sono persuasi. Ma soprattutto è persuaso il calendario Pirelli che ha sferrato l’attacco!

mercoledì 23 luglio 2014

Impressioni di luglio o di agosto. Sicuramente non di settembre.


 Nei luoghi di mare c'è un'aria che invita alla gioia. Cose che catturano lo sguardo. Non c'è allusione e neanche ostentazione, c'è naturalezza. E' un'esposizione naturale di sé, senza preoccupazioni di essere visti. C'è ancora gioia: di essere guardati. Non sempre, però. Se si pensa a certi sguardi terrificanti, dentro certi volti orridi, con guance e occhi rigonfi, la pelle rossa bruciata e cotta dal sole, viene voglia di scomparire o di vomitare.
I luoghi di mare sono ideali per gli abitanti che si aggirano con disinvoltura tra i viali folti di oleandri in fiore e palme di datteri infruttifere per la temperatura troppo mite che le rende sterili.  La temperatura del deserto soffocante sì che partecipa al processo riproduttivo!
I luoghi di mare sono aree di frastuono, di baldoria, di strepiti confusi, di un'allegria inconcepibile in altri luoghi. La sabbia dei luoghi di mare è scura o bianca, estesa o ridotta, fine o grossolana. Certi luoghi hanno sviluppato la ghiaia e le pietre invece che la rena. Nonostante questo ci sono arenili anche tra sassi e sterpaglie.
I luoghi di mare sono riserve per gente stanca, bisognosa di riposo e di affetto, di considerazione, di uno sguardo compassionevole. C'è anche chi ha bisogno di una parola, di poter sorridere per niente o per tutto. C'è chi ha bisogno di solitudine, di spiagge deserte.
Nei luoghi di mare ci sono cose inutili d'inverno. D'inverno non ci sono ombrelloni. Si aprono d'estate, con la luce, come fanno fiori e animali che abbandonano il letargo e si mostrano come esemplari di originale bellezza.
D'inverno tutto è chiuso e spento nei luoghi di mare, così come è spento il cuore, i pensieri si annebbiano e si incupiscono.
Sono chiari i pensieri d'inverno in montagna. D'estate la montagna è immagine di ombre, di funghi e di respiro soave della terra. In montagna certe nevicate mettono paura. Al mare mette paura la massa fluida dell'acqua. In montagna in inverno il sole riflette sulle piste da sci affollate di gente infagottata dentro i pesanti piumini di materiale sintetico di ultima generazione. Al mare d'inverno il sole batte sugli scogli e sulle spiagge ventose, la gente e rinserrata nelle case.
Quante urla sulle piste innevate di montagna con tutta quella gente dinamica, in equilibrio sulle lame degli sci, dentro gli scarponi ultraleggeri di materiale sintetico di ultimissima generazione. Gli sguardi non sono vivi come d'estate al mare, ma la gioia è la stessa, solo più intima e propria.
Al mare d'estate la gioia è sempre intima, ma trae vigore dall'indeterminato senso della sorpresa.
 

martedì 22 luglio 2014

La falsa indignazione [intervista]



“L’indignazione è termine spregiativo, infatti viene usato per indicare il ricorso a un eccesso di moto rabbioso, uno scatto d’ira, una reazione scomposta. Nel suo significato etimologico si può facilmente riconoscere radicata l’idea di una perdita di decoro, di dignità… Di conseguenza non è certo auspicabile nell’uomo una condizione di questo tipo… Un disagio con questa valenza lo riporta a una condizione di degrado zoospecifico, da cui si è evoluto per milioni di anni grazie all’intervento di complicate determinazioni filogenetiche… La storia dell’uomo e storia di conquiste personali… Nel suo insieme l’umanità è sempre stata una gabbia, una sconfitta e un anancasma per il genio umano (espressione dell’essenza intima dell’essere uomo). Anancasma è sostantivo interessante, non trova? In poesia lo usa Zanzotto! Lo conosce?”
“Zanzotto o anancasma?”
“Glie l’ho già detto che è pietoso, no?!” [ndr. si rimanda al post di questo stesso blog La fine delle guerre].
Lo guardo con malinconia.
Scatta nella voce, con un sibilo trattenuto in gola. “E’ risentito?” chiede, con un sorriso deformante.  Ride immediatamente dopo.
Attendo pazientemente.
“Anche il risentimento è un tornare indietro, sa?” domanda retoricamente, con una serenità energica nel respiro recuperato. “E’ tornare a sentire qualcosa di intimo che si era già avvertito, qualcosa di già conosciuto… Normalmente il risentimento sfocia nella perdita di virtù, se preferisce qualità… Non è un aiuto per la memoria, è una perdita di memoria… Il risentimento annebbia (obnubila), acceca, offusca… Svuota di sentimenti, rende aridi e ostili… Intacca la ragione, lo spirito umano che tende alla grazia dello Spirito Universale…” si interrompe. Con una curiosità penetrante, mi domanda: “Vuole chiedermi qualcosa?”
“No. La sto ascoltando.”
“Bravo…” respira, nel naso.  “Riprendiamo dalla contemporaneità degli eventi… Evento è un altro termine in uso in questi anni di dimenticanza. Soprattutto sui siti dei cantanti o sui giornali che raccontano la vita di quartiere lo si può trovare perfino scritto in inglese: events…” Fa un gesto di insignificanza. “Il bisogno di incitare all’indignazione, per altro verso, rappresenta un’evidente proiezione esteriore della perdita di volontà, proprietà poietca dell’essere…” fa un segno di rinuncia o di omissione di qualche significato che rimugina in testa, vanificando nello sguardo. “Una realtà sociale popolosa di Insoddisfatti e dormienti dediti a giochi di società nutrono a poco a poco un grave malessere subdolo e profondo, una grave inquietudine che anziché ri-sollevarli li soffoca e li spossa… Trovando urgente di porre sé stessi anche davanti alla grave crisi per una moltitudine di giovani senza lavoro, delle difficoltà delle famiglie, della mancanza di attenzione e cura per la bellezza e la gentilezza verso le donne, confidano in un migliore avvenire che li comprenda, nel senso che tenga conto soprattutto della loro presenza… L’indignazione di Stephane Hessel, l’intellettuale francese scomparso recentemente a 95 anni, che ha richiamato al recupero del termine, è invito alla presenza attiva di ogni uomo, generando un’ulteriore specializzazione del processo evolutivo… Non è un invito a cercare la perdita di dignità… La dignità si perde ogni qualvolta si rinuncia alla specificità… Si perde quando si vive come ombre, sottomessi a un sistema, che crea  fantasmi senza voce ma anche quando si è mostri roboanti… L’invito all’indignazione non è invito alla perdita della ragionevolezza, del respiro pacato, della capacità di riconoscimento di chi è diverso da sé… L’invito all’indignazione è richiesta di umanità che non cede verso l’impulso a non-essere e non richiama nello stesso tempo al fuoco della caverna… Ho visto uomini urlare e fremere come dei posseduti, in preda alle convulsioni, bestemmiare e scagliarsi contro altri uomini perché gli sono passati davanti con la macchina al casello autostradale in una giornata di esodo estivo… Certamente la calura e le lunghe code hanno avuto un ruolo di grande influenza sull’indignazione di quei mostri… Ho sentito affievolirsi la voce di un uomo in difficoltà che chiedeva inutilmente a dei carabinieri che lo tenevano stretto con la faccia per terra, provando anche con dei calci nel costato,  di lasciarlo respirare perché lo stavano uccidendo… Ho visto il fratello e il padre di questo ragazzo chiedere giustizia in un programma televisivo, con il pianto agli occhi, l’ansia per una solitudine insopportabile… Ho udito lamentarsi conduttori televisivi contro i tagli ai loro salari praticati dal governo  Renzi… Li ho visti sorridere in un’occasione successiva quando La 7 li ha assunti con la promessa di un salario più alto di quello precedente… Ho guardato la foto che Mentana ha scattato a un suo collega transfuga di testata (chissà che cosa  testano?) che lo ha ritratto nel suo momento di massimo gaudio: “Solo lui è contento!”. Non ho visto indignarsi nessuno della categoria e reclamare per l’eccessivo salario, neanche si sono mai sognati di indignarsi per pretendere di ricevere un salario più basso… Perché questa sarebbe la vera indignazione, quella proposta da Hessel: la spinta verso la democrazia… Indignazione democratica che si attua anche attraverso una parità di salario, favorendo i giovani, i pensionati, i cassintegrati e consentire loro di recuperare decoro e dignità... L’indignazione sfigura i volti dei conduttori televisivi quando dovrebbero gioire invece, secondo i sentimenti di Hessel, per la riduzione democratica dei loro guadagni… Giovanni Floris mostra notevolmente la caratteristica di sfigurare il volto quando esprime un qualsivoglia sentimento, che sorrida e si compiaccia con e verso qualcuno, oppure che con questi sviluppi un dibattito e un confronto… Con il presidente Renzi che anticipava la sua riduzione di salario, l’indignazione del conduttore è stata visibile nel volto deformato, nella stretta dei denti, nell’agitazione dello sguardo, nella respirazione convulsa… Molti cronisti, invece, sfigurano il volto e si indignano perché Berlusconi è stato assolto nel processo Ruby; che rappresenta nella loro visione democratica il vero insuccesso del progresso dell’Italia e dell’umanità intera verso la democrazia… Ci sono indignati che non si possono guardare tanto sfigurati appaiono nel volto… Gad Lerner  è certamente in testa alla classifica di chi indignandosi e trasfigurando arriva a prendere sembianze totalmente diverse dalle sue quando è rilassato e sereno… Michele Santoro è il più pacato e felice da un po’ di tempo  a questa parte, probabilmente teme di trasfigurare nell’effige di Sgarbi o di Beppe Grillo: lo dice apertamente che certi modi non li concepisce, pur mandandoli in onda, probabilmente con la volontà intima di studiare le loro mosse…”
“Mi sembra che Lei ritorni sempre sugli stessi argomenti e sugli stessi personaggi.”
“Le dispiace? Vuole che parli di guerre? O forse preferisce la poesia e addirittura la storia o la botanica?”
“Non voglio proprio niente, le facevo notare che ritorna su vecchi argomenti!”
“Sono quelli che fanno indignare più di tutto, dal mio punto di vista! Mi indigna la falsa indignazione di chi dovrebbe sentirsi già privilegiato perché può parlare alla gente, anche a chi la pensa diversamente da loro… Parlare a qualcuno è sempre un confronto… Parlare contro qualcuno è non parlare, è fingere di parlare: è indignarsi con un peso sullo stomaco che dovrebbe recare indigestione fino allo spasimo… L’indignazione di Hessel voleva essere grido per la gente che soffre la crisi della società, con le sue istituzioni… Giornali e tv, sono comprese nelle istituzioni… [Evitiamo la retorica dei significati, perché è nota l’estensione semantica di certi termini]. L’indignazione democratica parte da sé, in maniera critica, rigorosa, obiettiva… Verificando le nostre colpe prima che quelle degli altri, riconoscendo verità che conducano all’esaltazione o alla vergogna… Veda, se io guadagnassi in un anno un milione di euro, la quinta parte la rifiuterei a favore di chi è cassintegrato, di chi è senza lavoro, dei pensionati che frugano tra i rifiuti di un mercato alimentare di quartiere… Se non facessi questo mi vergognerei! Con i duecentomila euro rimanenti sarei democraticamente e civilmente persona, avrei uno sguardo non deformante, avrei un sorriso non deformante, il cuore non deformante, ma aperto e vigile alla dimensione dell’umanità a me prossima! L’indignazione di Hessel è invito alla gentilezza, all’educazione, al rispetto, alla volontà, alla sofferenza necessaria, alla critica dei propri comportamenti, alla tolleranza, all’accoglienza, alla capacità dei cambiamenti, alla totalità, alle differenze, alla specificità, al rinnovamento, all’elevazione spirituale, all’elevazione morale, alla partecipazione politica… A tante altre cose simili a queste…”

lunedì 21 luglio 2014

La fine delle guerre [intervista]


“Che cosa Le suscita la violenza di questa nuova guerra?”
“Evidentemente, nulla. Sono immagini che vediamo tutti i giorni. Non tutte sono immagini di guerra, naturalmente, ma sono allo stesso modo violente, sanguinolenti, di corpi smembrati. Adesso sono accolti dalla sabbia del deserto. Altre volte li abbiamo visti galleggiare sul mare.”
“E’ grave quello che afferma, sa?”
“Per chi è grave? Per lei o per me?” mi fissa con gli occhi torvi. “C’è una grande rappresentazione mediatica del macabro,” riprende sicuro di quello che dice. “Ci sono tutte le componenti per girare un grande film. Che crede lei che basti il suo dispiacere o quello di tanti altri animi sensibili per porre fine alle stragi?”
Rimango assorto, fissandolo, senza fiatare.
Sorride, rancoroso: “Adesso fa la vittima, non risponde…” Scuote la testa. “Veda, dietro tutte le guerre ci sono grandi interessi: Questo lo sanno tutti. Ci sono i mercanti di armi, ci sono le multinazionali della pietà, portatori di viveri e altri generi di prima necessità, qualche industria farmaceutica con medicinali scaduti, gli estrattori di petrolio, le compagnie aeree colpite dalla perdita di aerei abbattuti. Ci sono poi come al solito le banche. Naturalmente la borsa. C’è la politica, l’ascesa verso podii sempre più alti. Ci sono le fedi religiose. I terroristi. Ci sono le televisioni, i giornali, gli inviati affannati messi in posa con giubbotti antiproiettili davanti alle macerie di una casa deflagrata, tra mamme e padri angosciati che urlano e si disperano per la morte del figlio ucciso da un altro attacco… Gli inviati descrivono la morte alle loro spalle, in lontananza, senza versare una lacrima… Commentare la morte di bambini innocenti dovrebbe almeno muovere l’animo alla commozione, visibile in un rigurgito di respiro, in un dolore soffocato nel petto. Niente non c’è niente di tutto questo. Ci sono gesti che indicano quelle macerie e ci sono parole dette a raffica dentro l’obiettivo della macchina da presa. Parole che arrivano nelle case di chi è tornato stanco dal lavoro e riposa sul divano dopo essersi tolto le scarpe fuori dalla porta di casa. Ci sono rumori di cucina e odori di bolliti. La mamma che richiama i figli intorno alla mensa. C’è il telegiornale. Ci sono le lotte coi figli che vogliono vedere i cartoni animati. Ci sono le preoccupazioni di tutti i giorni vissuti dall’altra parte del televisore, nel mondo di qua, lontano dal set approntato per la ripresa e il commento ridicolo e ossessivo della tragedia umana che si consuma in un’altra guerra… Ci sono immagini di guerre che si sovrappongono… Ucraini e Russi, la foto di Putin… I complotti orditi da chi non si sa… Non lo sa neanche chi commenta… Però è elegante citare con voce grave un nome… Non è il Papa… E’ un altro signore che si sente nominare in tv di questi tempi più del Papa… E’ il Segretario Generale dell’Onu ‘Ban Ki-moon’… Se va a cercare informazioni” mi dice come per un suggerimento, “su questo signore trova cose straordinarie nel sito dell’UNric:  ‘Attività professionale Al momento dell’elezione alla carica di Segretario Generale, Ban Ki-moon era Ministro degli Affari esteri e del commercio della Repubblica di Corea’. Se continua con la ricerca, trova ad esempio sull’UNric: Il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNRIC) è stato inaugurato a Bruxelles il 1 gennaio 2004. Il Centro Regionale sostituisce i nove Centri di Informazione che erano basati in Europa (Atene, Bonn, Bruxelles, Copenhagen, Lisbona, Londra, Madrid, Parigi e Roma) e che sono stati chiusi il 31 dicembre 2003, in seguito a una decisione adottata durante la 58° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.’. Mi guarda un istante, poi afferma deciso: “Capisce che in tutto questo groviglio di informazioni la violenza della guerra scompare? Perde il suo carico di dolore… Non ha più il valore che lei le dà, quel valore pietoso dell’animo umano che violentato dal sangue reclama giustizia! Ma come può fare e cosa uno come lei per superare la pietà e agire per sperare di fermare questo massacro (bisognerebbe dire questi massacri incrociati)? Non può far nulla. Può piangere, probabilmente. E’ il gesto più sensato che potrebbe fare. Anzi sarebbe opportuno che piangessero tutte le persone pietose del mondo: chissà potrebbe essere un messaggio capace di esercitare un’azione di grande persuasione per la pace e per il rispetto delle vite di tutti. Altro che telegiornali, e ‘vertici’ mondiali, che si confondono nella trama del film… Altro che Ban Ki-moon… Il pianto collettivo di tutti i popoli mandato in onda da tv intimamente pietose, con inviati sinceramente addolorati, avrebbe senso per porre fine a guerre senza fine… Ma lei crede forse che nel deserto di Gaza si stia combattendo per salvare gli ebrei dall’attacco degli arabi? O che cos’altro crede? Crede forse che Israele sia in pericolo per la vicinanza con sfollati e profughi che mettono a repentaglio la sua stabilità?”
Lo fisso con un dubbio: “Perché questa domanda?”
“Per capirla nelle intenzioni!”
“Non ho intenzioni recondite.”
“Annuisce, sospira: “Lei è pietoso sotto ogni punto di vista:”
Lo lascio andare avanti, perché riprende prima che possa rispondergli per le rime.
“Veda, in televisione, quelle organizzate come un set cinematografico, ho visto persone poste le une di fronte alle altre, sedute intorno a un tavolo, appollaiati su sgabelli, come pistoleri in un saloon, pronti a sparare a un cenno del capo-combriccola. Sono giornalisti, in realtà, intellettuali. Poi c’erano esperti, ballerine, cantanti, cuochi alla Master chef (che non ho mai guardato per presa di posizione ideologica), conduttori di quiz, immagini di Malgioglio e Sgarbi, qualche sacerdote, rabbini e imam. Parlavano pacatamente sulla vita, sulla qualità della gente. Citavano Ezra Pound e Alfred Dreyfus, il famoso generale ebreo francese processato per tradimento e deportato sull’isola della Cayenne. Amorevolmente si cedevano la parola. Poi è stato citato Gianni Vattimo. A questo punto è esploso il caos. Il clima si è surriscaldato. Le voci sono diventate feroci e stentoree, per la convulsione dell’affanno. Sono stati scanditi epiteti come definizioni: ‘Frocio, coglione, nazista! Ignorante! Sanguinario, antisemita, sionista!’. Nella discussione sono stati citati naturalmente Putin e Ban Ki-moon. Sigle di razzi, scagliati o da scagliare: Zelal 1, WS 1 (cinesi), Grad. Poi missili e i loro sistemi: Arrow. Jericho 1, Jericho 2 e 3, Shavit. Radar e altre specificità del genere… Una rabbia accecante, che ricordava Jericho nelle intenzione del sacerdote, ma purtroppo il Vangelo non trovava posto tra Quran e Torah… Un massacro collettivo consumato davanti a obiettivi che proiettano nelle case altra violenza…”
“Quali soluzioni vede Lei per porre fine a questi conflitti inaccettabili e intollerabili?”
Risponde, con un ghigno offensivo nella forma, che lascia intravvedere il carico pesante dei contenuti: “Ciò che vedo io non conta! Le ho riferito già quello che vedo. Quello che immagino e mi consola invece è lontano dalle immagini di morte della guerra. Immagino la bellezza eterea degli angeli, salire in cielo con movimento soave di leggerezza, il volto bianco di sposa, di vergine… Immagino parole poetiche levarsi con la stessa grazia e imprimersi nella testa di quei signori: ‘Or poserai per sempre/ Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, / Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, / In noi di cari inganni, / Non che la speme, il desiderio è spento. / Posa per sempre. Assai /  Palpitasti. Non val cosa nessuna /
I moti tuoi, nè di sospiri è degna / La terra. Amaro e noia / La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. / T'acqueta omai. Dispera / L'ultima volta. Al gener nostro  il fato / Non donò che il morire. Omai disprezza / Te, la natura, il brutto / Poter che, ascoso, a comun danno impera, /E l'infinita vanità del tutto.’
. Spero naturalmente che il mondo cambi, che si ravveda, che si senta uno per tutti i popoli. Ma questo è inconcepibile di questi tempi, dove tutti sono schierati da una parte contro tutto il resto. Mi offende l’obbrobrio di chi prende parte e si pone a favore degli uni e degli altri, sprezzanti della vita e della morte degli uni e degli altri. Vedo impotente come lei tutto questo. Ma sto zitto. In tacita attesa, perché il cuore sussurra nel silenzio parole chiare e preziose … La fine delle guerre non la decido io. Non la decide neanche lei, fin tanto che rimaniamo in silenzio pietosi. Davanti alla morte si piange. E’ quanto bisogna fare. Bisogna piangere, come forma di supplica per cuori impietriti… Di fronte alla violenza, al male, o ci si immola come martiri innocenti o si tace, quando non si ha il coraggio o la possibilità di pietà vera, bagnata di lacrime di dolore… Non ci sono soluzioni quando l’ottusità e l’interesse sovrastano l’ideale bellezza del bene e della pietà.”
“L’indignazione tanto propugnata dagli intellettuali in una situazione del genere non può essere altrettanto utile?”
“Non stiamo parlando del processo di Berlusconi sul suo rapporto con Ruby... Per questo c’è vera indignazione tra gli intellettuali… Almeno di fronte al massacro si implori la verità che può venire solo dalla pietà di tutti! L’indignazione è un altro capitolo di una storia che riguarda l’Italia, con le sue guerre ancora da risolvere.”

sabato 24 maggio 2014

Numerali e cardinali: Uno e Primo. Nonni e nonne, Madri e figlie.

C'è sempre tanta mediocrità nell'animo dei vinti che non possono amare per nessuna ragione.
Ama chi è assoluto. I mediocri al massimo della loro elevazione desiderano. 
Si assiste sempre più al bisogno degli ignoranti di scalare le vette per illudersi di porsi al di sopra. Non sanno che rimarranno all'ombra di chi è alto per virtù, che non potrà mai abbassarsi a incontrare il loro sguardo.
Se non ci si abbassa a toccare la polvere della terra si rimane a sfiorare la superficie.
C'è chi teme la molestia e coloro che si rendono protagonisti di gesti e pensieri turpi. 
Io conosco le persone nelle loro intenzioni. Non temo niente di loro poiché sono prevedibili in ogni loro sicurezza perversa.
 I gesti meravigliosi sono sorprendenti e magnificano il respiro che si fa intenso e dolce. La cattiveria è riconoscibile già prima che si sostanzi come offesa. Muove l'animo e lo mette in allerta in chi mostra il suo disagio, in attesa della richiesta scandalosa che non tarda ad arrivare.
Gli uomini non sono donne. Le donne sono uomini. Siamo tutti uomini. Maschio e femmina sono un altro sentire, a meno che non si voglia cambiare il genere dei riferimenti. Non sono le definizioni e le appartenenze oggetto di confronto tra chi è libero e chi non si esprime. 
I figli non sono figlie. Le figlie sono figli. Siamo tutti figli. Siamo figli e padri. Madri e figlie si diventa per amore e per dolore. 
I nonni non sono niente quando sono solo nonni.
Siamo tutti padri e figli, madri e figlie, fratelli e sorelle. I nonni sono padri e madri in assoluto: sono genere e amore assoluto.
Il destino è nelle intenzioni. Le azioni sono la fine dei dubbi e delle speranze. Sono realtà che possono elevare o abbattere: sono grazia o rassegnazione.
Eppure si può essere Uno senza pensare di ricevere qualcosa in cambio di maggior valore. 

giovedì 8 maggio 2014

Domani

La stanchezza si sente nella parte profonda dell'animo umano. Superficialmente si avverte il disagio che è disappunto, malumore, rancore, perplessità.
La superficie caratterizza animi biechi che vivono senza ricordi, senza tensioni che rinnovano il miraggio dell'essere.
Qualcuno parla. E' un azzardo. Si esprime per sentito dire.
La profondità è verità, dolore, specie.
La superficie è follia, casistica, genere.
Non ha senso parlare alle folle.
E' toccante l'incontro con l'Amore.
Dio è Amore.
La passione è veleno che assale, senza rimorsi. Porta al suicidio mai al perdono.
Si perdona se stessi. E' l'unico gesto sensato a portata di mano.
Il perdono è genere che incontra la specie.
Per il resto c'è sempre il domani, Che accontenta tutti.

mercoledì 7 maggio 2014

Prima che beli, il mondo è immagine della polvere


Il latte di capra non mira all'offesa. Non sono le capre meno dell'uomo che ha perso la calma. Le capre sono invito a respirare naturalmente.
Le capre mangiano solo erba non tocca. Distinguono i germogli dalle radici. Cosa che certi animali faticano a far comprendere al loro padrone.
Sono le pecore che restano col muso nella terra a brucare radici e sassi. Le capre non lo fanno. Hanno stile e mestiere per essere vedette sulle alture dell'Atlante.
Le capre rimangono in piedi tutto il giorno, per sdegno mai per sconforto. Hanno le corna perché reggono il mondo con le sue abitudini misteriose.
Non c'è nulla di allusivo nel "segreto di Pulcinella".
Il latte di capra non prende alla gola. Certi sono disgustati dall'odore.
Generazioni di pastori hanno fatto crescere i figli con quell'odore che si portano dietro fin dalla loro infanzia.
Ora occupano posti nelle città, ma lo sguardo e l'odore sono dei monti. Allevano i figli, questi figli, con latte vegetale per impedire di essere prede del lattosio.
Le capre non sono insulto per gli uomini. Sono vanto e destino. Punto di arrivo.
C'è qualcosa di antico oggi nell'aria. Anzi di vecchio, che non rinnova la gioia né la offusca.  C'è la voluttà dei pastori in D'Annunzio, perché il pensiero è ebbrezza quando non è abitudine.
In primavera si rinnova l'attesa. Solo l'estate rende tutto più lento e afoso. I sapori sono freschi, come i colori. I corpi sono pesanti e complessi. E' difficile nascondere i difetti accresciuti durante l'inverno.
Un lattoniere non è certo un pastore. Il suo odore è di città: odora di caffè e cappuccini a colazione. Per i suoi figli non crede in un futuro migliore del suo. Immagina che debbano diventare bianchi di calce o neri di amarezza e rimpianti.
Ci sono odori sintetici che rendono vive le case. La morte si tende a tenere lontano. Meglio che tocchi ai vicini. Che pena che fanno i figli. Hanno tutti i tratti del padre. Un uomo che ha il coraggio di una pecora.

Le capre hanno il piacere della somiglianza. Le pecore sono appena animali quando dormono. Il resto della giornata rimangono appese a un torpore che inquieta. Come gli uomini che girano intorno a chi li comanda nel disprezzo di una felicità intravvista.