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giovedì 6 novembre 2014

Novembre 2

Si può leggere anche al contrario, prima il numero e poi il nome. Il numero due del titolo è solo successione, rispetto a un titolo precedente che porta semplicemente il nome "Novembre".
Letto al contrario c'è un'intima verità, di un giorno che mi ha sempre accompagnato in tutta la vita. Me ne sono dimenticato, a volte, ma puntualmente a Novembre è tornato il sussurro di una voce che si è fusa a quella di chi mi manca da tanto e da sempre. Si è fusa ai loro sguardi, che vedo riflessi da sempre nelle cose celesti, nel sole, nel cielo terso, nelle nuvole bianche sospese sul niente, nelle cime dei monti, sulle brezze nervose dell'aria sopra i campi di grano, nel freddo degli inverni senza elettricità. 
Le carezze di mia madre sono state sentimento puro! Non egoismo, speranza di un figlio migliore degli altri. Niente di così sciagurato. Sono state trasporto, gentilezza, bellezza. Amore di un'alba di Dio. Sogni di primavera. Cataplasmi invernali. Affanno. Sussurri per vincere la solitudine, e la paura dei morti.
"I morti non fanno paura! fanno paura i vivi! Certi vivi!" la incoraggiava mio padre, col suo tono gentile da uomo di terra.
"Lo so" sorrideva lei. Sospirava, appena sollevata, ma con il dubbio su quelle paure che teneva per sé, nascoste e segrete.
Il giorno dei morti è il giorno del dolore di chi sopravvive a una tempesta. Il ricordo della bellezza di uno sguardo, di una voce, di un telefono che squilla.
"Come stai, figlio mio?" il sussurro e l'affanno, per una lontananza inaccettabile. "Cosa fai in quel mondo lontano? Eserciti il bene prima di ogni altro egoismo, piacere, desiderio? Il bene degli altri è il tuo sono la stessa cosa. Tu lo sai, te l'ho insegnato io. Te l'ha insegnato tuo padre e tutta quella gente che adesso è dentro i tuoi ricordi. Perché adesso sai cosa hanno significato quelle vite misere che t'hanno accarezzato, sorpreso, cercato, assalito con le loro urla terribili, rivolte al Signore, forti per farti sentire. Uccidono i silenzi, figlio mio! Uccidono i sussurri malvagi, gli sguardi spenti che scrutano di nascosto alimentando sentimenti perversi. Chi urla non uccide, molto spesso è ucciso da chi cerca un pretesto!"
"Va bene," rispondevo a mia madre, con la delicatezza nascosta nei miei vent'anni. "Sto bene, non ripetermi le cose che so!" 
"Non dirmi quello che devo fare io!" sospirava, con le sue paure trattenute, per sé e soprattutto per me che ero in quel mondo infinitamente lontano dal suo, dal nostro. "Continua a rispondermi e basta, fallo nel modo migliore, più onesto e più vero, e togli ogni dubbio, per quanto possa essere concesso alle tue parole e facoltà, alle mie domande e preoccupazioni." Quindi restava in silenzio, aspettando vigile un'altra risposta da me che avrebbe scomposto e ricomposto secondo la sua forma migliore di giudizio.
"Va bene," scuotevo la testa, anche se al telefono non si poteva vedere. "Ti voglio bene! Va bene?"
"No, non va bene!" reagiva, tra sé, apprezzando però quel bene e la sua dimostrazione. "E' il tono che dà senso alle cose! Anche al bene!"
Sapevo che aveva ragione, e voleva dimostrarmelo. Le rispondevo di sì, per negarle ragione e spiegazioni.
Ovviamente continuava e imponeva il suo ordine logico, che io, figlio suo, a volte lasciavo correre e altre volte attaccavo per la confidenza dei discorsi. "Va bene, mamma! Va bene, così! Ti prego, non esasperare la nostra distanza!" 
Era il mondo che ci divideva, noi lo sapevamo. E mia madre non perdeva occasione di ricordarmi di risparmiare le lacrime per il giorno in cui non avrei potuto dirle più niente. Sorrideva, stranamente, quando voleva mettermi in difficoltà. Intimamente la difficoltà era sua, con tutte le paure di sempre che tratteneva.
Quel tempo di piangere è arrivato all'improvviso. E' arrivato un giorno di ottobre. Silenzio e pianto non si risparmiano quando il cuore è in subbuglio. Non è una regola. E' un sentimento. Accade negli animi addolorati. Non tutti gli animi si addolorano.
Mia madre tornava sempre con un gran sospiro a casa, dopo aver fatto visita a qualcuno che aveva avuto un lutto in famiglia. Sospirava e lo sguardo si segnava di una ferita e di uno smarrimento.
A novembre sospirava per i suoi parenti morti. E pregava con un sorriso di dolcezza, gli occhi aperti di benevolenza. Il cimitero del paese è posto sopra un promontorio, e a novembre tira sempre un forte vento. Mia madre si avvolgeva nel suo scialle, e correva giù per la discesa di sassi e cardi. Mi tirava per la mano, quando andavo da piccolo con lei. Sembrava che volesse farmi conoscere i nonni che non avevo conosciuto bene. Mi stringeva forte in un abbraccio e sospirava, piangendo e sorridendo, come per un inizio e un addio.
Il due novembre girano tante macchine sempre intorno a quel cimitero posto sul promontorio. Ed il vento è ancora forte. 
Vorrei essere tanto insieme a lei. Vorrei prenderle la mano, farmi trascinare, sussurrare preghiere e piangere.
"Non piangere," mi diceva, quando si fermava davanti alla lapide dei nonni. "Non piangere".
"Sì, sì," sospiravo, senza capire allora. "Non piango" dicevo, tra me e me, soffiando nel petto di bambino.
Non piango madre mia. Non piango. Anche se non è sempre così facile sopravvivere al dolore. 
Il vento soffia ancora sopra il promontorio. 
Ci sono gli occhi addolorati di una madre che sorridono. Mancano gli occhi del figlio, che trattiene l'affanno in un mondo che non è più né lontano né vicino da te. E' un mondo senza pianti e senza sospiri, perché non riesce ad esprimerli.
Aspettami madre, verrò da te. Fuggendo da questo mondo di cartone e di plastica. Aspettami, madre. Scusa se non ho sempre tempo. Guardami ancora, come sempre. Sì, ti stringo la mano. Tu stringimi a te, e non smettere di guardarmi.