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lunedì 10 gennaio 2011

L'anno vecchio se ne va, col suo carico di neve

Gli auguri per l’Anno Nuovo si fanno. E’ buona educazione, che significa rispetto profondo e speranza che l’anno nuovo porti gioia alle persone a noi care, e soprattutto a chi non ci è caro, a chi ci è del tutto sconosciuto, e chi non è degno nenache della speranza di un futuro migliore. Pensare che qualcuno non sia degno di noi e dei nostri auguri è un’ipocrisia sentimentalistica, che riporta a noi, al nostro giudizio, che non è assolutamente la verità dei nostri simili. C’è chi è arrabbiato col mondo, per le sue ingiustizie, almeno così sono percepite da chi trova in sé tutti i motivi per maledire l’umanità e le sue contraddizioni. Si sente escluso dal bene che gli ha dato in eredità solo maledizioni. Allora è a questi che l’animo pio, l’animo giusto, si rivolge con il suo sguardo, con la parte intima dell’anima, e gli augura il bene, che finalmente possa rendergli quell’attenzione che ha tanto desiderato senza essere stato mai ascoltato. L’augurio di un anno di felicità ad animi incupiti dalla tristezza e dalla rabbia è il gesto vero di affetto da parte di chi è giusto nel cuore.

Il pensiero va anche a chi non è più in mezzo a noi, tra gli abitanti di una terra che non godranno più delle carezze e dei baci di chi si è curato di farli crescere, di chi li ha nutriti di bene con il suo sguardo e il suo sorriso, di coloro che mai si sarebbero aspettati tanta infelicità nei cuori dei loro figli ora che sono rimnasti orfani di quel bene.

Io me li ricordo tutti quegli sguardi di madri e padri che ora non ci sono più. Mi ricordo i loro sospiri affannati per l’anno vecchio che li aveva fatti tremare per una notizia di violenza appresa alla televisione, mentre andavano in onda immagini in bianco e nero. Mi ricordo la loro disperazione per una tassa nuova da pagare, per la difficoltà di mettere insieme una somma per comprare un paio di scarpe nuove ai figli; mentre loro potevano tirare ancora un altro anno con quelle strisce di cuoio rimesse a lucido con un colpo di spazzola.

Erano le stesse difficoltà, comuni a tutte quelle madri e a quei padri che in silenzio tremavano e speravano in qualcosa, in un miracolo. E le nonne coi rosari, io me le ricordo. Risento i loro sospiri, i loro bisbigli pieni di fiducia e di rassegnazione: “Sia fatta la volontà di Dio”.

Ma a Capodanno tutti si trovavano e si facevano gli auguri, si cercavano, si mettevano in cammino, di casa in casa, degli amici e dei parenti, e passando davanti alla casa di qualcuno che aveva bestemmiato contro la loro casa si facevano il segno della croce, e pregavano per lui, con la speranza rinnovata nel petto, sotto gli abiti scuri pesanti per l’inverno.

Io mi ricordo di quei baci, di quei sorrisi. Mi ricordo le risate di chi in quel modo scacciava la sciagura dell’anno vecchio. Sorridevano fiduciosi che l’Anno Nuovo sarebbe stato un anno carico di gioia, di meraviglia, di fortuna: E se così non fosse stato, pensavano in cuo loro, ci sarebbe stato un altro Capodanno che avrebbe rinnovato gioia e felicità, perché con l’esperienza degli errori fatti avrebbero avuto un’altra certezza su come affrontare la vita. “L’anno vecchio se ne va/ col suo carico di neve/ e mai più ritornerà/ sopra i monti e su nel cielo”. Il coro dei bambini ripeteva, e correva a far festa in braccio a i nonni, ai parenti stretti, agli sconosciuti, a chi era entrato per portare la sua speranza di auguri dignitosi. Poi si mangiava, cose che i bambini non capivano. Ma erano buone, si capiva dagli sguardi delle mamme, che li imboccavano. Tra scintillii di bicchieri pieni di vino non troppo chiaro, messo in bottiglia dopo la vendemmia, sistemato sopra una tavola di legno, in alto, dove nessuno sarebbe mai arrivato – ci voleva la scala – che il padre aveva tirato fuori da dietro alle botti, finalmente ora tutti potevano brindare: ora che era stato stappato e portato a tavola. Si beveva facendo festa, apprezzando quel vino per il piacere del papà, che era sicuro di aver fatto un’ottima figura coi fratelli e le sorelle. Qualcuno storceva il naso, per indispettirlo. Ma il papà non se ne curava, perché era sicuro che il suo era più buono di quello del cognato, che aveva storto il naso per invidia. Il suo vino l’aveva assaggiato, e sapeva di aceto: quindi non facesse tanto il sofisticato, perché di vino lui proprio non se intendeva.

“L’anno vecchio se ne va/ col suo carico di neve/ e mai più ritornerà/ sopra i monti e su nel cielo”. Continuava la festa, coi baci e le carezze, i sospiri e la fiducia di un altro anno pieno di novità. In cuor loro sapevano che la novità dovevano essere i loro gesti, le loro azioni giuste, la loro fatica, il loro impegno dovuto. “Auguri!” sollevavano i bicchieri. “Forza e coraggio!” Aggiungevano, prima di portare il vetro alla bocca. “Un altro anno ci aspetta! E noi lo accogliamo con il cuore e le braccia aperti alla novità!”. Bevevano. Poi sospiravano, bisbigliavano, accendevano gli animi di speranze.