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mercoledì 19 gennaio 2011

Cornell Woolrich, il cinico: l'autore dell'Angelo nero

Su Woolrich si è scritto di tutto e da più parti, dando diverse spiegazioni sulla sua narrazione. Qualcuno lo ha definito ansioso, e in effetti l'ansia è presente nel suo sguardo, lo sguardo di uno dei più essenziali dei narratori. La parola è sotterfugio, in realtà, è sostegno all'azione di personaggi tutti interiori, che manifestano solo l'apparenza, nascondendo ossessioni molto più gravi e remote. La tensione si accumula insidiosa e impotente, mentre la vita scorre nei dubbi tormentosi di gesti appena pronunciati, di manie mai svelate, che rappresentano un cumulo di errori e di inganni, facendo precipitare gli eventi verso il destino implacabile di una morte che prende alle spalle, dove l'inganno colpisce l'autore troppo spesso e non la vittima designata. Il confronto si snoda tra cinismo e ingenuità, tra ambizione ostentata e accettazione di un ordine incomprensibile, che è disordine, che è rovina e a volte salvezza insperata. Woolrich si apre ai suoi personaggi affidando loro uno sguardo sul mondo che è contrario ai loro sentimenti interiori, come se volesse depistarli, o metterli in allarme: l'ingenuità a volte è troppo evidente per non destare sospetti, così come le certezze di chi è borioso non gli fa intravvedere la possibilità del pericolo, che è insito proprio in quelle certezze.
Non si perde in iperboli inutili Woolrich, in descrizioni puntigliose. Non tratteggia le figure con particolare meticolosità: basta un accenno, un segno. Non ricorre neanche alla metafora, sembra non esserne attratto. Ogni descrizione è un pretesto solo per dare sviluppo ai sentimenti contrastanti, alle tensioni che ogn'uno si porta con sé, sperando che nulla gli accada.

"Non può farcela, lo so bene, non riuscirà mai a entrare superando lo sbarramento; ma potrebbe sempre fare un tentativo, ha abbastanza spazio per farlo. Il pezzo di strada che ha davanti è ancora sgombro e senza intralci, e potrebbe tentare di attraversarlo di corsa, prima che gli piombino addosso, lo malmenino e lo rimandino indietro. E' il gesto che conta, non il risultato.
Ma non è così che vanno le cose, continuo a ripetermi con triste cinismo. Non nella vita vera; solo nei nostri giuramenti da circolo universitario o nelle investiture massoniche, nei nostri film di cow boy e nei fumetti. Perché, contrariamente a quanto pensava l'umanista del diciassettesimo secolo, ogni uomo è un'isola completa in se stessa, e mentre affonda, intorno a lui i piedi continuano a muoversi, dal nulla al nulla senza tempo da perdere."